Riflessioni sull’insegnamento dello yoga

Quando ho iniziato a praticare yoga, nel 1995, in Italia non erano presenti tante scuole e tanti stili e non erano nemmeno così tante le persone che si avvicinavano alla pratica. 

In questi  ventitré anni, molto è cambiato,  a cominciare dalla percezione dello yoga – basti pensare a quante pubblicità utilizzano immagini legate allo yoga – anche da parte di chi non lo conosce e non lo pratica, ad un sempre maggior numero di praticanti,  ad una sempre maggior offerta di corsi e di stili, ad una sempre maggior presenza sui social media. 

Questa maggiore diffusione è, per alcuni versi, positiva, poiché la pratica regolare dello yoga ha in se’ un grande potenziale di conoscenza di se’ e di trasformazione e può aiutarci a vivere davvero la nostra vita, guidandoci alla scoperta del nostro scopo e del suo significato.

A proposito del significato della vita – che secondo la filosofia yogica è proprio quello di ri-scoprire, realizzare chi siamo veramente – e di quanto è importante per noi, voglio utilizzare le parole di Jeanette Winterson in “Perché essere felici quando si può essere normali”:

“La vita senza significato di un essere umano non ha la dignità dell’istinto animale. Non possiamo soltanto mangiare, dormire,  cacciare e riprodurci: siamo creature che cercano un significato”. 

Che riecheggia il più noto,

 “Fatti non foste per viver come bruti ma per seguir virtute e conoscenza” nella Divina Commedia di Dante.

E lo yoga è davvero una scienza che ci guida nella nostra ricerca di significato, di virtù, di conoscenza.

La massiccia presenza sui social media rappresenta però un’arma a doppio taglio, veicolando spesso  pericolosi messaggi di perfezione del corpo e di ricerca della performance che non trovano certo riscontro nella tradizione dello yoga. 

Lo yoga rappresenta piuttosto un percorso verso la libertà, che avviene tramite un processo di reintegrazione personale, che comprende tutti gli aspetti dell’essere, “il corpo, il respiro, la mente, l’alimentazione, il comportamento dei sensi, le abitudini, la società e l’ambiente dell’individuo.” (A.G. Mohan).

Lo scopo delle pratiche fisiche è principalmente quello di mantenere il corpo sano e flessibile, per essere liberi di dedicarsi alle pratiche più “interne”. Inoltre, lavorare sul corpo insegna a osservare, a mantenere la calma sotto stress, a riconoscere le differenze individuali, a rilassare pensieri ed emozioni, tutte cose da trasportare dal tappetino alla vita quotidiana per vivere meglio con noi stessi, con gli altri, con la natura.

Un’altro aspetto critico di questa diffusione è che, per emergere nel mare di offerte, molti insegnanti cercano di differenziarsi dagli altri esprimendo critiche o giudizio su stili, pratiche, altri insegnanti, allontanandosi così dal significato più profondo dello yoga come “unione”.

Un esempio tratto da Facebook: “Yoga è consapevolezza. È lavorare sul corpo per calmare poi la mente e comprendersi in profondità. Può migliorare la fiducia in se’ stessi, la forza, la concentrazione, la flessibilità, ridurre lo stress, l’insonnia, le paure,… Adatto a tutti ma solo se si è pronti perché “Yoga è essere Yoga”, nessuna posizione da contorsionista o a testa all’ingiù o appesi a liane…”

Con le ultime parole si getta discredito su chi propone pose avanzate o l’utilizzo di strumenti come le amache dello yoga in volo, confondendo un dettaglio o uno strumento con la totalità dell’insegnamento.

A me sembra più importante con quale obiettivo si propone una postura avanzata o l’utilizzo di uno strumento; ed ancora di più quali sono i risultati che si ottengono con la pratica, in termini di benessere, di rilassamento, di aumento della capacità di concentrazione, di diventare testimoni di noi stessi, di agire a partire da uno stato di calma consapevolezza… 

Un’altra criticità tutta moderna è il proliferare di corsi per insegnanti troppo brevi, come succede anche nel mondo del fitness, ed anche di persone, pur animate da entusiasmo e buone intenzioni, che si improvvisano insegnanti di yoga. 

Di nuovo un esempio tratto da Facebook: “Mi è stato chiesto di mettere a disposizione le mie conoscenze nella pratica dello yoga. Ho pensato che sarebbe fantastico poter trasmettere quello che ho imparato in quasi quindici anni di dedizione a questa meravigliosa disciplina. Chiunque volesse provare, ci riuniamo il …. presso …  dalle … . Senza troppe aspettative ma solo con la curiositá e la disponibilitá di  metterci in gioco!! Non troverete dunque  una maestra veterana, perchè ho iniziato da poco il corso di formazione, ma  una persona innamorata della pratica e che crescerá insieme a voi , se lo vorrete!!!!!Inizieremo con le posture più semplici e chissá………..Vi aspetto tutti , venite a provare perché “lo yoga é per tutti ma non tutti sono per lo yoga”Namaste’ 😍🙏🙌.”

La premessa è che in Italia non esiste una vera e propria regolamentazione del settore, e le norme fanno soprattutto riferimento a temi fiscali.  A grandi linee, funziona più o meno così. Attualmente si può ottenere un tesserino tecnico per l’insegnamento della “ginnastica yoga” in un’associazione sportiva dilettantistica da uno dei comitati o enti che fanno riferimento al CONI sia con brevi corsi organizzati da questi stessi enti, che finora non si sono  occupati di yoga, sia facendo convertire un diploma ottenuto da altri enti.

Il  percorso  che ho seguito io, è stato di frequentare la scuola per insegnanti yoga di Carlo Patrian, della durata di un anno, con frequenza di un fine settimana al mese. A questa scuola, si veniva ammessi a seguito di un colloquio personale con Carlo Patrian che valutava la tua precedente esperienza di yoga, erano richiesti almeno quattro anni di pratica, e le tue motivazioni.

Oppure si può operare con partita iva.

Esistono diverse associazioni come la YANI, associazione nazionale insegnanti di yoga e la Yoga Alliance, ma la adesione ad esse è volontaria.

La mia opinione è che per insegnare yoga sia necessaria sia una pratica personale consistente, uno studio personale ma anche la partecipazione ad un corso di formazione specifico. 

La disciplina dello yoga, infatti, ha un ambito così vasto che nello studio “fai da te” è insito un grosso rischio di non avere la corretta visione di insieme, di conoscere solo alcuni aspetti senza immaginare nemmeno l’esistenza di altri…

In un corso di formazione completo invece si studiano il quadro filosofico di riferimento, le pratiche principali, nozioni di anatomia e fisiologia, e temi legati alla didattica e alla comunicazione.

Ricordo ancora molto bene, la difficoltà con cui, appena diplomata insegnante di yoga, mi sono avvicinata all’insegnamento, con profondo rispetto per una disciplina così benefica, così completa. Oggi come allora, pur con maggiore conoscenza e comprensione, sento ancora di avere tante cose da imparare, ma sono anche consapevole di quanto posso condividere con chi vuole camminare nella via dello yoga.

In questa offerta variegata ed istantanea, viene meno il riconoscimento del valore dell’insegnamento dello yoga. Siccome sembra che chiunque lo possa insegnare, allora sembra anche giusto che il prezzo di un corso di yoga sia molto basso. Complici anche le “promozioni stracciate” da parte di chi forse è “inconsapevolmente consapevole” di non avere molto da insegnare, o di chi fatica ad attribuire un valore monetario ad insegnamenti così importanti e profondi.

Così succede che,  le stesse persone che pagano tranquillamente 6€ o più per un apericena, valutano che 8€ per una lezione di yoga di un’ora e mezza sia “troppo caro”.

Trovo che sia importante dedicare a noi stessi anche occasioni ricreative e di interazione sociale, ma che il valore intrinseco di una pratica yoga sia necessariamente superiore, sia in termini di beneficio per il praticante sia in termini di competenze richiesta all’insegnante. 

“Guarda sotto la superficie: non lasciarti sfuggire la qualità o il valore intrinseco delle cose. Marco Aurelio”

Un bravo insegnante di yoga oltre alle competenze specifiche -la conoscenza del corpo, delle tecniche e della filosofia- deve avere sviluppato una serie di altre competenze.

Deve poter organizzare una pratica, il più possibile completa -cioè che comprenda tecniche che lavorino sui vari aspetti dell’essere- che rispetti principi di gradualità. 

Inoltre, l’insegnante deve aver sviluppato una certa flessibilità mentale che lo renda capace di adattare la pratica agli allievi, evitando di far pensare agli allievi stessi di doversi conformare a delle aspettative in termini di performance -che siano le proprie o quelle dell’insegnante- e di sottolineare l’importanza di ascoltare il proprio corpo, di lavorare su se stessi con impegno e disciplina ma rispettando i propri limiti.

“Lo yoga insegna a riconoscere i propri limiti, e da questi progredire”. B.K. S. Iyengar

Un insegnante deve anche avere buone doti di comunicazione, sia per quanto riguarda l’ascolto profondo sia per quanto riguarda la capacità di condividere gli insegnamenti. 

Infine, un insegnante di yoga deve manifestare una certa coerenza tra gli insegnamenti dello yoga e la propria vita. Perché lo yoga è una disciplina e una filosofia di vita. E perché insegno yoga proprio per i suoi effetti sulla mia vita.

Credere in qualcosa e non viverla, è disonestà. (Mahatma Gandhi)

L’unico vero fallimento nella vita è non agire in coerenza con i propri valori.(Buddha)

Un discorso a parte merita l’esperienza. Infatti, è evidente che sia l’esperienza nella pratica personale sia l’esperienza nell’insegnamento si maturano gradualmente. Personalmente, credo che così come “quando il discepolo è pronto, il Maestro appare”, gli allievi verranno attratti dall’insegnante adatto a loro, anche dal punto di vista dell’esperienza. 

Fotografie personali e tratte dal web

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Namaste’!

Questo mese -febbraio 2018- nella lezione di Hatha yoga a Sutri, stiamo lavorando sull’espansione del torace, per stimolare e portare in equilibrio il chakra del cuore. Questo post è dedicato in particolare alle mie allieve ed allievi, come materiale di supporto e di riflessione, ma spero che sia utile a chiunque altro abbia voglia di leggerlo.

Vorrei iniziare con una descrizione schematica del quarto chakra, che è utile anche come promemoria, per poi approfondire l’esame di alcuni aspetti importanti collegati con il chakra del cuore.

Anahata -che significa non colpito- si trova nella regione del cuore. Rappresenta il punto di incontro fra i tre chakra più fisici e i tre più mentali.

Il suo colore è il verde smeraldo ed è collegato all’elemento aria, presiede a tutto ciò che ha a che fare con i rapporti con gli altri: polmoni, cuore, timo, braccia e mani.

Disfunzioni
A livello fisico: asma, malattie polmonari e bronchiali, ipertensione, malattie cardiache
A livello psico emotivo: dolori dell’anima, difficoltà nelle relazioni
Temi chiave: amore; approvazione; compassione; senso di connessione; equilibrio; guarigione; respiro
Atteggiamenti positivi: amore incondizionato, devozione, perdono, compassione, empatia, altruismo
Atteggiamenti negativi: gelosia, senso del possesso
Musica: classica, folk
Cibo: noci, germogli, miele
Verbo descrittivo: Io amo
Senso: tatto
Diritto di amare e di essere amati
Demone: dolore
Anga dello yoga: pranayama
Yantra: un loto con dodici petali di colore verde o vermiglio, che rappresentano le vritti, le fluttuazioni della mente, che dovrebbero cessare attraverso la pratica dello yoga. Due triangoli sovrapposti che indicano l’unione del principio maschile e di quello femminile. Il triangolo giallo che rappresenta la luce, il calore e la forza del sole. Le due divinità del chakra sono Isvara, un aspetto di Shiva, e Kakini. La falce di luna crescente rappresenta il granthi di Vishnu, il nodo o blocco psichico, che deve essere sciolto per poter raggiungere l’illuminazione. L’antilope nera è il veicolo di Vayu, il vento, e rappresenta la velocità delle passioni, del pensiero e del desiderio. Il bija Mantra è Yam.

Il quarto chakra espande davvero molto il campo del potenziale umano e ci apre direttamente al mistero dell’essere umano.

Infatti, mentre in ognuno dei primi tre chakra possiamo vedere all’opera una legge di causa-effetto fra impulsi e bisogni da una parte e azioni dall’altra -a livello dei primi tre chakra si possono fare molti paragoni con gli altri animali basati sull’istinto di protezione, procreazione e socializzazione- a livello del chakra del cuore, non basta più nessuna comprensione semplicistica o comportamentale.

Nel cuore è presente un intero universo di sentimenti ed emozioni, che da alla vita umana la sua ricchezza, dimensione, complessità e anche dolore.

Lo yoga offre una prospettiva unica sul mistero del cuore, secondo la quale tutte le forme di amore umano sono viste come sfumature dell’amore divino.

Tutte le nostre esperienze d’amore a livello umano sono riflessi e indicazioni verso quell’unico amore, che è lo Spirito. L’amore umano rappresenta allo stesso tempo un riflesso ed un’apertura verso una più grande visione ed esperienza dell’amore. Il senso di incompletezza talvolta sperimentato come dolore, nell’amore umano, è lo stimolo ad intraprendere un cammino di ricerca e di conoscenza. È attraverso questo percorso che conosciamo ed integriamo tutti gli aspetti delle nostre vite -fisico, psicologico e spirituale- all’interno di questo cuore più grande, che è il cuore dell’universo, la nostra vera natura, il Divino.
Il potere e il magnetismo di questo amore spirituale sono così grandi, che è sufficiente solo un pallido riflesso di questo amore, quello che comunemente sperimentiamo come amore personale ed affetto, a creare una specie di trance in cui molte persone vivono l’intera vita.
Nel bhakti yoga, l’intera capacità dell’amore umano viene diretta verso il divino.

Per alcuni individui, il puro amore devozionale, seguendo il sentiero del bhakti yoga, è un sentiero completo in se stesso.
Per molti di noi, tuttavia, la complessità del cuore, richiede un percorso che comprenda tutti gli aspetti della vita, per riuscire alla fine a vedere il Divino all’interno del nostro stesso cuore.
Il cuore rappresenta lo spazio in cui il viaggio della vita si compie, viene trasformato ed integrato.
Il cuore è uno spazio in cui si compie l’alchimia e la materia della vita viene trasformata nello spirito attraverso la comprensione della natura della vita stessa. Questa comprensione passa attraverso la comprensione dell’amore incondizionato, della compassione e della libertà spirituale.
Il processo che ci permette di sviluppare l’amore incondizionato non è tanto il trascendere la realtà materiale per connetterci al Divino. Piuttosto, questo processo richiede la capacità di usare tutte le esperienze della vita per comprendere che la vita di ogni giorno, quando affrontata con consapevolezza e coraggio, è il Divino stesso.
Il cuore è come se fosse una classe scolastica, la classe in cui si tengono le lezioni della vita, che vengono poi integrate e trasformate dagli “alunni”. Questa trasformazione implica il vivere la vita pienamente, profondamente, intensamente e, allo stesso tempo, sapere che esiste un punto al centro del cuore che è sempre completo e calmo.
La vita deve essere abbracciata nella sua completezza, prima di poter evolvere verso i chakra superiori. I piani più elevati dell’esistenza devono essere completamente integrati con la realtà della vita quotidiana, che non può essere esclusa.

Questa comprensione è riflessa nel simbolo stesso del chakra del cuore, come già detto, una stella composta da due triangoli, uno con il vertice rivolto verso il basso e l’altro con il vertice rivolto verso l’alto. Il triangolo con il vertice rivolto verso il basso rappresenta la nostra connessione ed il radicamento nei primi tre chakra, gli aspetti pratici e fondamentali del nostro essere. Il triangolo rivolto verso l’alto rappresenta la nostra connessione agli aspetti spirituali dell’essere, cui possiamo accedere solo quando questi aspetti sono integrati con gli aspetti sviluppati nei primi chakra. Lo spazio al centro del triangolo è lo spazio del cuore in cui avviene la trasformazione alchemica e l’accettazione della vita, contemporaneamente a livello materiale e spirituale.
Il cuore ha il compito di integrare tutti gli aspetti del nostro essere.

La stella a sei punte è anche un simbolo dell’elemento aria, che è l’elemento del chakra del cuore. Il complesso di sentimenti, emozioni e sensazioni che sono nel cuore, sono sottili, soggetti a cambiamenti ed intangibili, proprio come l’aria. Qualunque tentativo di controllare, gestire o contenere queste emozioni, è destinato al fallimento, proprio perché le emozioni hanno qualità simili all’aria. Se l’aria viene compressa, il risultato finale sara un’esplosione, che è esattamente quello che avviene quando le emozioni vengono represse per un periodo di tempo troppo lungo. A volte, può essere necessario per il nostro equilibrio, contenere le emozioni. Ma solo per un breve periodo di tempo, per potergli prestare in seguito la dovuta attenzione, per poterle poi accettare e lasciar andare.

E’ necessario creare uno spazio aperto all’interno del cuore in cui tutti i sentimenti e le sensazioni possano respirare ed essere liberi di muoversi.
In questo caso, sentimenti ed emozioni si calmeranno e saranno accessibili per noi, nel nostro processo di esplorazione, che è il viaggio di auto scoperta.
Questo percorso ci porterà a comprendere che tutti i sentimenti nel cuore, il dolore e la gioia, le ferite e l’esaltazione, derivano dal fondamentale desiderio di amare e di essere amati. Se esploriamo la natura dell’amore, arriviamo alla comprensione del fatto che l’amore non è un oggetto all’esterno, ma è la natura del cuore stesso. Quando finalmente sperimentiamo la natura del cuore come amore, allora i sentimenti di vergogna e colpa non hanno più motivo di esistere, perché ci rendiamo conto che tutte le nostre azioni erano tentativi di trovare e dare amore, con la limitata comprensione che avevamo in quel momento. Allo stesso modo, non abbiamo più bisogno di mettere in colpa gli altri ne’ di “arrabbiarci” con loro, perché comprendiamo che ognuno agisce in base alla comprensione che ha in quel momento.

Un altro aspetto importante, nel simbolismo del chakra del cuore, è quello dell’aria, intesa come strumento per l’assimilazione del prana, la forza vitale.
Sia la forza vitale che il chakra del cuore, sono simboleggiati dal colore verde. Il verde rappresenta infatti la vibrante abbondanza della vita stessa, che è una manifestazione del prana.
Il verde è il colore della clorofilla, che rende possibile a tutte le piante utilizzare la luce solare come energia. In natura, l’assorbimento del prana avviene istintivamente.

Negli esseri umani, il flusso del prana può essere ostacolato da blocchi energetici a livello del cuore. Questi blocchi sono formati dall’insieme delle ferite e delle perdite, che, rivolti all’esterno come una barriera di protezione, creano separazione fra noi è il mondo, fra noi e le altre persone, mentre, dentro di noi, creano separazione fra noi e il nostro stesso cuore. In entrambi i casi, gli schemi di pensiero e le azioni conseguenti, intesi a proteggerci dalla sofferenza, in realtà generano ulteriore sofferenza.

Quando, per paura di essere feriti, o per spirito di competizione e di perfezionismo, o perché sperimentiamo ostilità e rabbia, proteggiamo il nostro cuore, chiudendolo all’interno di una corazza, in cui l’amore non riesce a scorrere né verso l’esterno né verso l’interno, trasformiamo il nostro cuore in una “pentola a pressione”, creando una situazione potenzialmente pericolosa per il sistema cardiovascolare, e causando ipertensione ed infarti. Anche la depressione può portare a malattie cardiache.

Se il chakra del cuore è aperto, il prana può fluire liberamente dal centro del cuore e irradiare attraverso il nostro intero essere.
Il prana dà al corpo fisico l’energia e la volontà di vivere completamente e pienamente.
Il prana fornisce alla mente l’energia per trasformare l’esperienza in conoscenza ed il coraggio di accettare la vita così com’è.
Infine, il prana, ci permette di comprendere che la nostra vera realtà è lo spirito, ed è qui che prana e cuore diventano uno.

Il centro del cuore è un punto di concentrazione importante per la pratica spirituale. Cuore in sanscrito si dice HRIDH mentre il centro spirituale del cuore si dice HRIDAYA. Questo centro spirituale è situato sul lato destro del petto, alla stessa altezza del cuore anatomico.
Dal momento che molte pratiche yogiche che fanno riferimento al cuore come centro di attenzione, potrebbero interferire con le funzioni del cuore fisico, il cuore spirituale si trova in una posizione leggermente diversa.
Il cuore spirituale viene considerato la sede dell’anima ed il punto centrale del vero Se.
Per questo, molte pratiche yoga si concentrano sulla purificazione del chakra del cuore e dell’elemento aria, come parte integrante del processo di guarigione e di trasformazione.

Il cuore è anche la sede di uno dei tre granthi, o nodi, che ostacolano la trasformazione spirituale. Il nodo del cuore, Vishnu granthi, è il simbolo archetipico del cuore bloccato o chiuso, le cui limitazioni vengono rimosse in un processo di trasformazione attraverso le pratiche yogiche. Questo processo di trasformazione deve includere la comprensione dell’amore incondizionato e della compassione come pura essenza di ciò che siamo.

L’amore incondizionato, nella prospettiva yogica, emerge da un processo di de-condizionamento rispetto a tutte le nostre convinzioni su chi siamo, come personalità limitata.
Come abbiamo visto, tutte le forme d’amore e di affezione sono solo riflessi di un amore intrinseco, che è sempre presente. La compassione e il perdono vanno compresi e sperimentati, in questo contesto più ampio d’amore.

La compassione è la realizzazione che, dato il livello attuale dell’evoluzione umana -in cui la ricerca d’amore e la difesa dal dolore sono aspetti naturali del comportamento umano-la vera compassione è rendersi conto che ognuno di noi, in modo diverso, interpreta la vita come la ricerca di amore e felicità fuori da noi stessi. Ed è proprio questo errore di valutazione, la ricerca rivolta all’esterno invece che all’interno, che ci fa sperimentare la sofferenza. E, a sua volta, la sofferenza può condurci ad una nuova visione dell’amore.
La compassione è fare sempre un passo indietro, specialmente nelle difficoltà e nelle sfide, per vedere noi negli altri e gli altri in noi, comprendere il dolore dell’altro che è uguale al nostro, la ricerca dell’altro che è uguale alla nostra.
Accettare noi stessi e la vita con compassione ad ogni stadio di evoluzione, apre la porta al perdono.

Quando impariamo a guardare con gli occhi del cuore, diventiamo più aperti e più vulnerabili ma, allo stesso tempo, siamo in grado di osservare le cose che ci succedono in maniera meno “personale”, con se fossimo un semplice testimone, quindi, con maggior semplicità e maggior chiarezza.
Questa chiarezza ci permette di vivere più spesso dal cuore invece di reagire in maniera automatica, guidati dalle risposte condizionate che costituiscono la nostra personalità.
È la personalità condizionata che è la vittima e che ha bisogno di perdonare l’altro. È la stessa personalità condizionata che offende, si vergogna, cerca il perdono.
Quando abbiamo comprensione della nostra essenza come amore, perdono e compassione, queste qualità ci permettono di vedere e onorare tutta la nostra vita come un processo necessario di apprendimento, crescita e maturazione.

Il percorso di conoscenza e apertura del cuore ha implicazioni non solo per l’individuo ma anche per le nostre comunità, società e per il pianeta stesso. Infatti, senza un’etica di accudimento, cooperazione e altruismo, basata sull’accettazione di valori più alti come l’amore incondizionato e la compassione, sono in pericolo le fondamenta stesse della vita e dell’evoluzione umana.

Nel nostro personale percorso di comprensione del cuore, io e le mie allieve, abbiamo avuto la possibilità di ospitare a Le Torrette (Sutri) una lezione del Maestro Amadio Bianchi.

Amadio, con la sua grande comprensione, il suo entusiasmo, la sua semplicità, e la sua umiltà, ci ha trasmesso importanti insegnamenti, da cuore a cuore. Sono profondamente grata di aver potuto ascoltare le sue parole, e ancora di più, per aver potuto accogliere la sua esperienza, ricevendola dai suoi occhi, dalla sua postura, dal tono della sua voce, dal suo cuore, ancora di più che dalle sue parole.

 

Immagini dal web

 

 

Riflessioni sullo yoga e lo spirito di condivisione, Evento yoga nella Tuscia

Avevo in mente di scrivere un articolo su quello che è per me lo yoga, da quando la delibera del CONI 1558 del 14/2/2017 aveva escluso lo yoga dall’elenco delle discipline sportive ammissibili. Con la stessa delibera, il CONI ha escluso anche il pilates mentre ha compreso dama, scacchi e freccette… in realtà, il Presidente del CONI, Malago’ con le sue dichiarazioni ha già risolto di nuovo la questione.

Perché questo fatto mi aveva toccato e mi spingeva a condividere con voi alcune riflessioni?
Mi preoccupa sapere se il Coni considera o meno una disciplina sportiva?
Niente affatto, anzi definire lo yoga uno sport mi appare decisamente riduttivo. Però costituire una associazione sportiva dilettantistica ed associarsi al Coni era uno dei pochi sistemi a disposizione di un’insegnante di yoga per poter operare in modo trasparente e per poter offrire una copertura assicurativa ai propri allievi. Questa decisione apriva un vuoto normativo. Soprattutto per chi -quando era un’opzione corretta- aveva già costituito un’associazione sportiva dilettantistica.

Quello che mi piacerebbe capire è la logica che stava dietro a questa esclusione.
Infatti, lo sport viene definito sul vocabolario “L’insieme delle attività, individuali o collettive, che impegnano e sviluppano determinate capacità psicomotorie, svolte anche a fini ricreativi o salutari”.
Mi sembra evidente che la pratica dello yoga abbia tutte le caratteristiche di questa definizione, che pure non definisce in maniera abbastanza esauriente lo yoga.
Infatti lo yoga, attraverso lo sviluppo di capacità psico motorie, ricerca altri risultati: il lavoro sui chakra, la conoscenza di se’, il riconoscimento e la gestione delle emozioni e dei pensieri, una sostanziale riduzione dello stress, solo per citarne alcuni.

Questa decisione del Coni aveva diviso il mondo degli insegnanti di yoga tra chi si opponeva e chiedeva un ripensamento, che poi è avvenuto, e chi si riteneva al di fuori -e al di sopra- della questione con considerazioni prevalenti sulla filosofia alla base dello yoga e con distinzioni fra yoga “puro” e tipi di yoga più moderni.

Alcune varianti moderne danno forse troppa importanza al corpo fisico? Forse si, ma vorrei sottolineare come l’universo dello yoga sia sempre stato un mondo variegato, in quanto lo yoga è sempre stato insegnato da Maestro a discepolo –e non in classi frontali, come avviene circa dal 1920- il Maestro adattava la pratica alle esigenze dell’allievo ed è per questo che è sempre esistita una grande varietà di approcci allo yoga.
Anche in India, e anche nel passato, ci sono stati Maestri che hanno rivolto la loro attenzione principalmente alle asana, e Maestri che insegnavano soprattutto pranayama e meditazione.

Inoltre, lo yoga è una disciplina viva che inevitabilmente accoglie nuovi influssi e si sviluppa per andare incontro alle esigenze dei praticanti.

Sento che esiste comunque una grande differenza tra le varie pratiche e che non tutte le pratiche possano essere definite yoga.
Ma credo che la vera differenza tra yoga e non yoga, sia la conoscenza da parte dell’insegnante della filosofia alla base della pratica, e l’approccio che dirige la pratica.

Come dico spesso, in fondo le posizioni che il corpo umano può assumere ed i movimenti che può compiere, sono quelli.
La differenza fra la parte fisica dello yoga e un’altra disciplina sportiva, quindi non si evidenzia tanto nelle posizioni e nei movimenti, e neppure nel ritmo, ma nell’attenzione al respiro, nella concentrazione, nell’ascolto del corpo… Naturalmente, una lezione completa di yoga comprende anche tecniche di pranayama, di concentrazione e di rilassamento.
Ma propendo per giudicare lo yoga dai risultati, come Gesù ha insegnato a giudicare l’albero dai frutti.

Personalmente, insegno più stili di yoga, abbastanza diversi l’uno dall’altro: Hatha yoga, Shakti dance e yoga in volo.

L’Hatha yoga, nel modo in cui lo ho imparato e lo insegno, ha caratteristiche di maggiore staticità è una buona dose di introspezione.

La Shakti dance, lo yoga della danza, deriva dal kundalini yoga ed unisce una pratica di allungamento dinamico, una pratica energizzante, la libertà di movimento nella fase di danza libera in un atteggiamento persistente di concentrazione e di meditazione.

Lo yoga in volo, grazie all’utilizzo di speciali amache, ha un’azione più intensa a livello muscolare ed ha anche momenti ludici. Contemporaneamente, ha un effetto potente sulle emozioni, sul senso di fiducia e sull’autostima.

Se ti interessa conoscere meglio gli stili che insegno, vai alla pagina Cosa insegno

Alla fine di una delle mie lezioni, ho sempre la stessa sensazione di calma centratura. Come spesso ho potuto provare anche alla fine di una lezione guidata da colleghi che praticano stili diversi da quelli che sono abituata a praticare.

Ho osservato spesso sui social network commenti dispregiativi e/o non inclusivi verso alcuni stili di yoga. Non li trovo corrispondenti allo spirito dello yoga e non amo leggerli, anche se io stessa non mi sento ugualmente affine a tutti gli stili i yoga che sono attualmente praticati.

Rimane il fatto che la parola yoga deriva dal sanscrito yug , unione ed è questa una delle sue principali caratteristiche, lo yoga unisce. Unisce l’individuo, integrandone corpo, mente e spirito; unisce gli individui, sviluppando il riconoscimento dell’altro come simile a se; unisce l’anima individuale all’anima universale nell’esperienza della meditazione profonda.

In questo spirito di unione e di condivisione, ho vissuto diverse esperienze appaganti e divertenti con altri insegnanti e praticanti di yoga.

Una è l’organizzazione della manifestazione “Energie nel Parco”, una giornata all’insegna dello yoga e del benessere, che si tiene nel Parco e nei saloni di Villa Savorelli – Sutri. 
La manifestazione è nata dall’incontro tra il desiderio della mia amica Nike Magnoni, anche lei insegnante di yoga, di organizzare un evento nell’incantevole cornice in cui si trova anche il suo studio di yoga, e la comune volontà di organizzare delle attività insieme, valorizzando la varietà di stili che insegnamo. A noi si è aggiunta, Maria Luisa Garabelli, con grande esperienza nelle attività di comunicazione. A seguire, pubblico il programma è tutte le informazioni utili per poter partecipare.

DOMENICA 24 settembre 2017 si svolgerà la 4° edizione della Manifestazione “ENERGIE NEL PARCO” nella cornice incantata del Parco e nei Saloni di Villa Savorelli a SUTRI (VT), accesso da Via Cassia, km. 50.

Il tema di questa edizione sarà “La vita danza tra Yin e Yang, opposti che si completano”.

PROGRAMMA DETTAGLIATO:
Ore 09:30 – 10:30 – Sessione di apertura – Meditazione con Emanuele Russo (YIN);
Ore 10:30 – 11:30 – Hatha Dynamic Flow con Nike Magnoni (YANG);
Ore 11:30 – 12:30 – Hatha Slow Flow con Lucia Perazzolo (YIN);
Ore 12:30 – 14:00 – Yoga bimbi con Alice Frantellizzi e Santo Toscano
Ore 14:00 – 15:00 – Laboratorio fiori di zucca con Anna Coppola – Il senso del bello e l’arte del “riciclo”
Ore 14:00 – 15:00 – Ashtanga Yoga con Julie Hunt (YANG);
Ore 15:00 – 16:00 – Anusara Yoga con Tania Velez (YIN);
Ore 16:00 – 17:30 – Shakti dance con Micaela Jorio (YIN & YANG);
Ore 18:00 – 19:00 – Bagno di Gong vibrazioni (YIN & YANG).

Spazio espositivo e trattamenti

  • Saponi e candele artigianali, Almond Drops;
  • Abbigliamento realizzato a mano per lo yoga ed il tempo libero, Eli Smile;
  • Trattamenti Posturali decontratturanti, Maurizio Messina;
  • Trattamenti riflessologici, Lucia Scatolini;
  • Trattamenti ayurvedici, Novalkemia;
  • Massaggio svedese, Valentina Mosconi;

Spazio scuole e teacher training

  • Promozione teacher training Yoga, Janine Claudia Nizza;
  • Promozione corso massaggio ayurvedico Yoga e Kobido, dimostrazione trattamento collo: Shakti Conception Martinez

Fra le novità di quest’anno, il servizio bar e ristorazione che sarà a cura del ristorante “via roma, 54”.

L’ingresso alla manifestazione è gratuito.

Info: Nike Magnoni 338 3861121 – Micaela Jorio 348 7062581 – Ass.ne “Andar per Arte”

Inoltre, ed anche questa è una novità di quest’anno, se vuoi partecipare alla manifestazione, ma non hai la patente, non ami guidare, oppure sei solo/a e vuoi passare la giornata in compagnia, puoi metterti comodo e lasciarti condurre direttamente sul luogo dell’evento con un pulmino a 7 posti.
Orario partenza Roma-Sutri h. 08:00 davanti alla Metro B, fermata San Paolo – Roma
Orario partenza Sutri-Roma h. 19:30, via Cassia km. 50, Sutri
Quota di partecipazione: €15 a persona
Prenotazione obbligatoria entro il 18/09 al numero telefonico 340/3324511 oppure 0761/1987855 Associazione Culturale Andar per Arte.

Se invece vuoi approfittare dell’occasione per trascorrere l’intero fine settimana a Sutri, ti suggerisco due possibilità.

La prima è il B&B “Etruscan Garden”, situato nel cuore del Parco Archeologico di Sutri (Via Cassia 5), una casa colonica italiana del XIII secolo, elegantemente ristrutturata e lussuosamente arredata con raffinati oggetti d’antiquariato inglese ed italiano.

Per maggiori info: http://www.etruscangarden.com/etruscangarden.com/Home.html

La seconda, è il mio piccolo B&B “Le Torrette”, recentemente ristrutturato, situato appena fuori dal paese in direzione Ronciglione. L’immobile era in origine l’ingresso di una tenuta agricola e vi si respira l’atmosfera di un’autentica casa di campagna, con ambienti intimi ed accoglienti. Lo spazio esterno, conta diversi alberi secolari, ed è possibile parcheggiare comodamente la propria vettura.

Per maggiori info: www.letorrettebedandbreakfast.it oppure B&B Le Torrette – Per prenotare 348/7062581 oppure 339/8975702

 

Nell’ambito di una delle passate edizioni ho avuto modo di parlare più a lungo con Andrea Pascale, un giovane insegnante di yoga della mia zona e creatore del blog A tutto yoga. Da quelle chiacchierate, è nata un’altra significativa esperienza di condivisione, la collaborazione con il suo blog, per il quale ho scritto diversi articoli. Inoltre, sempre insieme ad Andrea, abbiamo organizzato un fine settimana dedicato alla pratica ed abbiamo scritto un e-book dal titolo Riequilibrio Elementare, una guida per riequilibrare i cinque elementi attraverso la pratica dello yoga. https://www.atuttoyoga.it/equilibrare-5-elementi-yoga/
Abbiamo lavorato insieme proprio sfruttando i diversi approcci allo yoga da cui partivamo ed i risultati sono stati apprezzati dai partecipanti e dai lettori.

Sempre grazie ad Energie nel Parco, ho conosciuto Janine Claudia Nizza, insegnante di Yogaflow ed è nata una bellissima amicizia. Nel 2016, abbiamo organizzato insieme tre incontri su temi specifici: la compassione, lo studio di se’ e la gioia, utilizzando ogni volta gli strumenti che ci sembravano più adatti, con maggiore accento sulle asana, sulla meditazione o sui Mantra, a seconda del tema.

 

Utilizzando i social, sono entrata in contatto con Stefano Orlandi ed ho collaborato con lui scrivendo un articolo per il suo blog Yoga Pills e alcune delle voci di Yogapedia, un progetto collaborativo per realizzare un’enciclopedia dello yoga, di cui puoi trovare maggiori informazioni a questo link: http://www.yogapills.it/yogapedia-it-la-prima-enciclopedia-italiana-libera-interamente-dedicata-allo-yoga/

L’ultima esperienza di condivisione, in ordine di tempo, è stata la partecipazione, quest’estate, a #yogaratna40days, un gioco sullo yoga lanciato da Sonia Squilloni, un’insegnante del metodo Yogaratna di Gabriella Cella, sul suo blog per praticare e condividere la pratica anche a distanza. È stata un’esperienza interessante e divertente. Ogni mattina Sonia ci inviava una mail con una pratica e le istruzioni e durante il giorno ognuno dei partecipanti doveva praticare e condividere (un’immagine o un pensiero) sui social. È stato un modo di praticare anche asana meno usuali -anche nella pratica si rischia di diventare ripetitivi, di riflettere sulla pratica e di conoscere, anche se virtualmente, altri insegnanti e praticanti di yoga.

#yogaratna40days – Pasa asana, la posizione del nodo. Ci sono nodi da stringere e nodi da sciogliere… il fatto di essere stretto è una caratteristica intrinseca del nodo. Questo invece è un nodo che apre, che scioglie le tensioni nelle spalle… grazie a Adolfa Pinelli per la foto

È questo lo yoga che mi piace, quello che mi permette di sperimentare e di mettere in pratica il sentimento di essere tutti parte del tutto, di dare valore a ciò che ci unisce invece che a ciò che ci divide.

Riflessioni su ahimsa, la non violenza, ed il dharma, il dovere

Namaste amiche ed amici. È un po’ di tempo che non scrivo, nonostante il desiderio di condividere con voi quello che lo yoga e la vita mi insegnano.

Ho dovuto risolvere alcune questioni del quotidiano ed altre legate allo spazio per l’insegnamento a Viterbo.

Lo spazio che utilizzavo infatti non è più disponibile per le mie lezioni, in quanto i proprietari ne avevano bisogno per altre attività.

Non potevo lasciare le mie allieve a metà corso e quindi ho dovuto cercare in fretta un altro posto. Anche se a me sembrava una mancanza di rispetto per le allieve, che a dire la verità in quell’orario non sono molte, non mi sono opposta, ho cercato un’altra soluzione, cercando di ascoltare l’intuizione e di lasciare fluire la situazione. 
Ho trovato subito un altro posto ed è nata una collaborazione nuova molto interessante, che mi ha portato, non solo ad avere un nuovo spazio per l’insegnamento, in via dei Monti Cimini 65, ma anche a poter fare una lezione settimanale presso il Parco Termale del Bagnaccio, che era nei miei desideri da tempo.

 

 

Ho anche lavorato a ritmo serrato ad un e-book, scritto a quattro mani con Andrea di A tutto yoga, che sarà presto disponibile per l’acquisto, dal titolo Riequilibrio elementare, una guida per ristabilire l’equilibrio fra gli elementi dentro di noi, attraverso la pratica dello yoga.

Nato dall’esperienza di un fine settimana di insegnamento insieme su questo argomento e dalla consapevolezza che si tratta di un argomento fondamentale ma non molto esplorato in corsi e libri.

 

Ma quello che più mi preme di condividere con voi è altro.

Parto da una premessa, ho un rapporto molto buono con entrambi i miei genitori. Ho sempre sentito il loro amore ed il loro sostegno ed ho imparato molto da ognuno di loro.
Mia madre si è presa molta cura di me e di mio fratello ed è una donna che ammiro per il suo anticonformismo, la sua libertà di pensiero e la sua creatività.
Mio padre, una persona solida e con un grande senso del dovere e della responsabilità, inventava per me delle storie di cui ero la protagonista o in cui lui mi raccontava la storia in modo diretto (per esempio, mi raccontava di quando, migliaia di anni prima, aveva scoperto il fuoco o inventato la ruota…).
Caratterialmente, somiglio molto a mio padre e, come lui, ho una natura irritabile. Siccome questo suo aspetto non mi piaceva, ho sempre lavorato su di me per sviluppare la pazienza ed ho cercato di evitare le liti e i contrasti. In questo, aiutata da mio figlio Lorenzo, che quando era molto piccolo ha rappresentato davvero una bella sfida.
Naturalmente anche lo yoga mi ha sostenuto molto in questo percorso.

Ma forse non avevo compreso del tutto.
Forse avevo frainteso il significato di “ahimsa”.

Un conto è rinunciare alle liti inutili e cercare l’armonia, altro è lasciare che vengano lesi i tuoi diritti.
Mi sono ritrovata sempre più spesso in situazioni in cui gli altri approfittavano della mia “bontà/stupidità”, mentre io, pur di evitare il contrasto diretto, rinunciavo a difendermi.
Finalmente, e faticosamente, ho capito che se un’altra persona sbaglia, e ti danneggia, è giusto anche mostrargli che sta sbagliando e lasciare che impari dalle conseguenze delle sue azioni. E allo stesso tempo, rispettare me stessa.

Nel tempo, ho imparato a non arrabbiarmi, o almeno ad arrabbiarmi pocoil ” trucco ” che uso è quello di pensare che ogni persona faccia del suo meglio, al suo livello di consapevolezza; non si comporta in modo sbagliato “contro di me” o contro qualcuno, ma perché la sua consapevolezza gli fa percepire quel comportamento come corretto o almeno giustificabile. Un po’ come un bambino…

Il passaggio che mi mancava, forse con un inconsapevole desiderio di apparire buona o per una sorta di errato senso di superiorità nei confronti delle cose materiali, era che, come quando un bambino sbaglia, anche se non mi arrabbio con lui, cerco di fargli capire perché quello che ha fatto è sbagliato e di indicargli una via più corretta, lo stesso avrei dovuto fare con gli adulti che si sono comportati in modo scorretto nei miei confronti.

Mi viene in mente a questo proposito un episodio della vita di Yogananda. Aveva dovuto rimproverare un suo discepolo per correggerlo, gli altri discepoli presenti hanno raccontato che il Maestro faceva su e giù per la stanza tuonando parole di rimprovero, sembrava davvero molto arrabbiato. Solo che, mentre camminava in direzione del discepolo rimproverato, i suoi occhi esprimevano disappunto ed ira, mentre camminava nell’altra direzione il suo sguardo e il suo volto erano calmi e sorridenti. Il suo cuore e la sua mente non erano controllati dalla rabbia, ma utilizzava lo sguardo, il tono di voce e l’atteggiamento da persona “arrabbiata” perché il suo messaggio fosse recepito da quel discepolo in quel momento.

Anche nella Bhagavad Gita, seppure il riferimento specifico siano una guerra e la sua naturale conseguenza, la morte, si afferma che bisogna seguire il proprio Dharma, cioè compiere il dovere che deriva dal tuo ruolo, dalla tua funzione, all’interno della società.

“Canto II
6. Né sappiamo da quale parte far pendere la bilancia: vincere o essere vinti da loro. Se uccidiamo questi figli di Dhrtarastra qui levati contro di noi, non avremo più voglia di vivere!
7. Per colpa della mia compassione, il mio naturale valore si muta; con la mente dubbiosa su quello che tocca il mio dovere, io te lo chiedo: dimmi in modo sicuro quale sarebbe per me la cosa migliore. Sono tuo discepolo, istruiscimi, poiché mi rimetto a te.
11. Provando pietà per coloro che della pietà non sanno che farsene, tu parli il linguaggio della saggezza. Ma i dotti non si impietosiscono ne per coloro che se ne sono già andati, ne per coloro che non lo sono ancora.
18. Questi corpi hanno una fine; lo spirito che vi si incarna è eterno, indistruttibile, incommensurabile. Ecco ciò che si proclama. E perciò combatti, discendente di Bharata.”

Lasciando germogliare dentro di me i semi degli insegnamenti, finalmente ho compreso che sbagliavo e ho agito di conseguenza.

  • Ho capito che volevo interrompere la ruota del karma che mi portava ad incontrare persone che, approfittando della situazione, mi danneggiavano economicamente.

Ho capito che potevo essere invece strumento del loro karma, che forse potevo aiutarli a comprendere di essere in errore.

 

Ho lottato, rivolgendomi alla giustizia, e ho vinto, ottenendo la restituzione di quanto dovuto.

Sono soddisfatta di me, e posso iniziare un nuovo progetto.

Anzi, più di uno…

Insieme a Nike Magnoni e a Maria Luisa Garabelli, abbiamo iniziato l’organizzazione della quarta edizione di Energie nel Parco, che si terrà nel salone e nei giardini di Villa Savorelli a Sutri (VT) il prossimo 24 settembre. 

Una giornata di lezioni di yoga ed attività collegate, tutte gratuite, una festa dello yoga e dello stare bene in armonia con noi stessi, con gli altri, con la natura.

Abbiamo già presentato la richiesta al Comune, preparato il primo programma, richiesto preventivi, stretto accordi. Sti amo cercando ancora qualche sponsor…

L’altro progetto che ho avviato, più personale, è la ristrutturazione del B&B adiacente al salone dello yoga, sede de Le Torrette Asd, a Sutri. 

Un simbolo di rinascita, visto che si è deteriorato proprio a causa di persone che non hanno pagato o hanno fatto danni. Spero presto di potervelo mostrare, almeno virtualmente.

 

Immagini tratte dal web e personali.

Se ti è piaciuto questo articolo, condividilo per favore, te ne sono grata.

Riflessioni: lo yoga in vacanza, i chakra e il prana

Da tanto tempo desideravo organizzare una vacanza yoga, e per la prossima estate spero di riuscire a realizzare questo progetto. C’è la possibilità di trascorrere una settimana all’insegna dello yoga e del relax a Kytnos, Isole Cicladi, Grecia dal 1 all’8 luglio.

In un posto che ti fa innamorare e in una struttura pensata appositamente per ospitare ritiri yoga e molto curata. La gestisce una coppia, lui ingegnere e lei architetto, entrambi praticanti di yoga.

Il tema della settimana è”Risveglia i chakra attraverso la pratica”.

Un tema che mi affascina da molto tempo: ricordo ancora quando ho letto per la prima volta Chakras, ruote di vita di Anodea Judith. Se vuoi leggere anche tu questo libro, puoi trovarlo a questo link http://amzn.to/2n9Czr1 Era l’estate del 1997, mi trovavo in vacanza a casa di mio nonno, nella splendida isola Capri ed aspettavo il mio secondo figlio. Da allora, ho continuato a leggere, studiare e mettere in pratica quello che studiavo su questo argomento.

Ma cos’è che mi spinge ad organizzare una vacanza su questo argomento?
– Nonostante i chakra costituiscano una delle principali “mappe” che forniscono  indicazioni per percorrere il cammino che ci conduce a riscoprire la nostra vera essenza, durante le lezioni è difficile trovare il tempo di approfondire l’argomento

– Durante una vacanza, immersi in un ambiente naturale, è più facile scoprire e mettere in pratica attività, che appartengono al nostro quotidiano e che rinforzano l’energia dei chakra
– Non ci sono altri impegni che ci obbligano a concludere, si possono chiarire dubbi, fornire indicazioni, condividere esperienze anche al di fuori del momento della lezione

Condivido qui pochi cenni sul sistema dei chakra, se vuoi conoscere meglio la fisiologia dello yoga, puoi consultare il mio articolo pubblicato sul blog A tutto yoga  https://www.atuttoyoga.it/?s=La+fisiologia+&x=38&y=17

Nei prossimi giorni inoltre, un mio articolo sui chakra, sara pubblicato sul blog www.yogapills.it.

I chakra sono dei vortici energetici che ricevono, conservano e distribuiscono il prana a determinate frequenze ed agiscono sul nostro corpo fisico e sui nostri corpi sottili.
Il prana è la nostra essenza, la forza vitale. Troviamo il prana nella luce solare, nel cibo e nella natura. Il prana è ciò che ci mantiene in vita vibra attraverso le nostre cellule.
Attraverso alcuni dei nostri chakra il prana scorre in modo più fluido e attraverso alcuni il flusso può essere minore o anche eccessivo, a seconda della nostra costituzione, delle nostre esperienze e di come affontiamo la vita.
È essenziale che i nostri sette chakra principali siano aperti, allineati e che l’energia possa scorrere liberamente attraverso di essi. Se c’è un blocco l’energia non può scorrere e ci si ammala.
Ogni chakra ha una sua posizione nel corpo fisico, il suo colore, il suo elemento, il Mantra, organi collegati, un senso, pietre e specifiche qualità e caratteristiche.

Attraverso la pratica dello yoga possiamo aumentare la quantità di prana che circola nei polmoni e nelle cellule e riequilibrare i nostri chakra.

La nostra pratica yoga sarà specificamente mirata a questo scopo. Praticheremo asana, pranayama, Mantra e mudra specifici. Ed anche il rilassamento sarà specifico per equilibrare l’energia del chakra.

I campi più potenti di prana sono vicino all’oceano, nella natura, nelle foreste e nei cibi con elevate vibrazioni.

Soggiorneremo in un luogo incantevole ed il nostro yoga shala è una terrazza coperta di 72mq che si affaccia sull’Egeo, dove potremo praticare al mattino e al tramonto. 

Sono previsti cinque pasti con cucina vegetariana e la possibilità di segnalare esigenze specifiche.

 

 

 

Nei giorni di yoga in vacanza potrai:
– Approfondire la tua pratica ed migliorarla con le correzioni arricchirla con nuove tecniche
– Scoprire attività quotidiane che collaborano con l’energia dei chakra
– Conoscere altre persone che condividono la tua passione per lo yoga
– Trovare risposte alle tue domande sullo yoga, anche durante il tempo libero
– Prenotare massaggi Shiatzu della durata di 40 min. (35 euro), riflessologici della durata di 40 min. (30 euro) o trattamenti Reiki della durata di un’ora (35 euro).
– Prendere il sole, nuotare, fare passeggiate ed escursioni.  Avremo a disposizione una incredibile piscina e la spiaggia è a pochi minuti a piedi dalla residenza.

Entro i primi di aprile, bisogna confermare la partecipazione e versare la caparra per poter usufruire di una tariffa agevolata.

Se senti di meritarti questa esperienza e vuoi saperne di più, vai a guardare l’evento su Facebook https://www.facebook.com/events/399362283789786/?ti=icl oppure contattami direttamente per ulteriori informazioni e per prenotare il tuo posto.

Le fotografie di Kastellas sono state fornite dalla proprietaria.

L’immagine del sistema dei chakra è tratta dal web. 

 

Holi, la festa dei colori: la tradizione e l’evento a Sutri

Holi è la seconda festa importante del mese di Phalguna (febbraio/marzo) e quest’anno viene celebrata il 13 marzo.  Si tratta di una festa molto sentita e celebrata in tutta l’India, ma in particolare nel nord dell’India.

È conosciuta come la festa dei colori, ed è una festa che celebra la primavera, l’amore, la vittoria del bene sul male, l’incontro con gli altri, la voglia di stare insieme, di giocare, di ridere…

Alla vigilia della festa, si svolge una cerimonia chiamata Holi Dahan, in cui le persone si riuniscono in prossimità di un grande incrocio ed accendono un fuoco con rami e foglie secche, con un rito che simboleggia la fine dell’inverno. Anche da noi esistono varie tradizioni in cui si accende un falò, come a Sutri (VT), dove ho abitato per 10 anni, in cui l’ultima notte di carnevale viene bruciato il fantoccio di Re Carnevale. Il fuoco simboleggia la vittoria del bene sul male e fa riferimento a leggende che si trovano nei Purana e che raccontano della demonessa Holika, di cui ti racconterò più avanti.

La mattina dopo, le ceneri del falò sono venerate e cosparse di polveri colorate ed acqua e questo rito simboleggia l’arrivo della primavera.

I festeggiamenti consistono nel lanciarsi polveri colorate, palloncini pieni d’acqua e nello scambiarsi doni come simbolo di amore, fratellanza, gioia. La gioia si esprime attraverso la danza, che ricorda i giochi e le danze di Krishna con Radha e le gopi. I regali tradizionali sono dolci, cioccolatini, frutta secca, vestiti, tendaggi, tappeti. 

Anche questa festa, come Shivaratri, fa riferimento a più miti.

  1. Il primo è quello del demone Hiranyakashipu e di suo figlio Prahlada. Prahlada era un grande devoto di Vishnu e questo fatto faceva infuriare suo padre, che si sentiva non riconosciuto e sminuito nel suo potere. Per questo motivo, Hiranyakashipu aveva tentato più volte di ucciderlo, senza riuscirci. Una volta addirittura lo sfido’ a salire su una pira accesa insieme a sua sorella Holika, che era immune dal fuoco per un buon karma precedente. Holika obbedì all’ordine di suo fratello e Prahlada accetto’ la sfida del padre, invocando Vishnu per essere protetto. Holika fini bruciata per le sue cattive intenzioni, mentre Prahlada si salvò per l’intensità della sua devozione. Questa è l’origine della tradizione del falò.
  2. Un secondo mito, racconta della gelosia di Krishna per la carnagione così chiara della sua prediletta Radha, mentre la sua pelle era molto scura. Si lamentò di questo con sua madre Yashoda, che scherzando gli suggerì di colorarle il viso. Krishna, che era giovane e dispettoso, mise in pratica il suggerimento di sua madre, coloro’ il viso di Radha e da lì inizio’ un gioco con Radha e le gopi. Da questo gioco, deriva l’abitudine di lanciarsi le polveri colorate, diventando tutti uguali. Cosi, la festa incoraggia l’integrazione, la pace e l’armonia tra i popoli. Infatti, dipingersi è un modo simbolico per rendersi tutti uguali, celebrando così l’individuo come membro di una comunità. Dal momento che Krishna e Radha sono la coppia per eccellenza, questa è anche la festa degli innamorati. 
    Ed è una festa celebrata con grande entusiasmo, soprattutto a Vrindavan e Mathura, luoghi in cui Krishna ha vissuto.
  3. Un’altro mito ancora, racconta di Kansa che voleva uccidere suo nipote Krishna, e, per farlo, chiede aiuto ad un’orchessa di nome Potana. Ella assunse le vesti di una donna del popolo, per fare da balia al piccolo Krishna ed avvelenarlo con il suo latte. Invece Krishna bevve tutto il veleno finché l’orchessa mori, mentre Krishna, come unica conseguenza, assunse un colorito blu.

Mentre Shivaratri rappresenta un momento di purificazione, che può essere agevolmente celebrata anche da soli, Holi deve essere festeggiata insieme!

Quindi Paola Natangeli (Onkar) ed io, abbiamo pensato, nello spirito della festa, di unire le nostre forze per offrirvi una mattinata di festa con lo yoga, la danza e la condivisione. 

Domenica 12 marzo, dalle 10 alle 13, ci incontriamo a Sutri per festeggiare anche noi, con una lezione di Yoga Kundalini, guidata da Onkar sul chakra del cuore. Io condurrò invece una lezione di Shakti dance (se non conosci la Shakti dance, ne trovi una breve descrizione alla pagina Cosa insegno ) sui sentimenti dell’amore e della gioia.

L’idea è di divertirci ed esprimerci liberamente attraverso il movimento e la calma, il silenzio ed il canto dei Mantra, sentire la nostra unicità ma anche il senso di appartenenza. Per questo vogliamo indossare abiti colorati, comodi e femminili. E, chi vuole, avrà la possibilità di dipingersi il viso…

Al termine, condivideremo il pranzo, Onkar ed io prepareremo qualcosa di indiano, mentre ognuno dei partecipanti porterà qualcosa a sua scelta.

Se ti interessa partecipare vai al link dell’evento https://www.facebook.com/events/1491867454236771/?ti=icl

Immagini tratte dal web

Le spezie: mangiare con gusto e rimanere in salute

Spesso chi pratica yoga inizia ad interessarsi ad uno stile di vita più naturale e salutista, con l’intento di raggiungere e mantenere uno stato di benessere. Questa attenzione ci guida verso scelte alimentari più consapevoli e verso la prevenzione.
Almeno questo è quello che è successo a me.

Lasciate che il cibo sia la vostra medicina e la vostra medicina sia il cibo. (Ippocrate)

Così, quando ho visto che domenica 26 febbraio, si sarebbe tenuto un corso di due ore sulle spezie con a seguire una cena indiana, non ho resistito.      A farmi decidere subito, oltre all’interesse per l’argomento e alla nostalgia dell’India, il fatto che a tenere la lezione sarebbe stata la Dott.ssa Nancy Myladoor, dalla quale diversi anni fa ero stata per il trattamento ayurvedico Panchakarma. Ma di questo vi racconterò un’altra volta, spero con il contributo della stessa Nancy.
In questo articolo, vi parlerò si di questo mini corso, ma le informazioni che condivido le ho apprese anche in altro modo.

Dunque, mi organizzo e parto per Roma insieme alla mia allieva ed amica Giuliana, per raggiungere il ristorante indiano Il Guru, in via Cimarra.
Sono rimasta sorpresa nello scoprire quante persone partecipassero al corso! La sala che ci ospitava era completamente piena.

La Dott.ssa Myladoor con competenza ed ironia ci ha guidato in un viaggio alla scoperta delle spezie principali della cucina indiana.

A partire dalla leggenda della dea del cibo, Annapurna, e dell’importanza del cibo anche a livello e spirituale.

Nella mitologia indiana infatti, Annapurna, epiteto di Parvati, la consorte di Shiva, è personificata come la dea che “offre il cibo”, e viene invocata come la fonte eterna di sostentamento, sia materiale che spirituale.

La sacralità del cibo viene sottolineata dal l’importanza attribuita al primo pasto del bambino, che viene celebrato con una grande festa, paragonabile al nostro battesimo, dall’abitudine di cucinare del cibo in più per ospiti inattesi e mendicanti e dall’offerta di, cibo consacrato dalla permanenza sull’altare, nei templi indiani.
Mentre sorseggiavamo una tisana calda, Nancy ci ha illustrato il percorso del cibo all’interno del nostro corpo e le interazioni attraverso le quali l’alimentazione ci permette di sperimentare benessere e salute o ci conduce verso la malattia.
Recentemente diversi studi comparati fra popolazioni nella cui cucina sono presenti spezie in abbondanza e popolazioni che non ne fanno uso, hanno dimostrato una differente incidenza di malattie come tumori, diabete, Alzeimher e Parkinson. 

Le spezie rivestono un ruolo molto importante nella prevenzione e a questo scopo sono sufficienti piccole quantità ma assunte quotidianamente.

La Dott.ssa Myladoor ci ha raccontato le principali proprietà ed i modi di utilizzo di curcuma, zenzero, cardamomo, cannella, fieno greco e coriandolo, corredandole con con utili ricette della tradizione indiana e ayurvedica.
Ci ha anche ricordato l’importanza di acquistare le spezie in piccole quantità e sigillate. Il cardamomo deve essere acquistato con il baccello, perché contiene sostanze estremamente volatili.Una volta aperte le confezioni, vanno conservate in un barattolo ermetico. Le polveri si conservano per 7 mesi, i semi 2 anni. Con il passare del tempo, non vanno a male ma perdono le loro proprietà.

La curcuma veniva chiamata lo zafferano dei poveri, ora che è conosciuta da tutti per le sue molteplici proprietà benefiche, è diventata l’oro dell’India. Il nostro corpo assimila la curcuma solo se cotta oppure disciolta in un grasso oppure insieme al pepe nero. Ecco i suoi principali benefici: Leggi tutto “Le spezie: mangiare con gusto e rimanere in salute”

Shivaratri: cos’è, come viene celebrata in India e come creare una ritualità personale

Quando si pratica yoga da qualche tempo, si diventa inevitabilmente curiosi dell’affascinante cultura all’interno della quale lo yoga è nato e si è sviluppato. Una cultura ricca di miti e di simboli ed imbevuta di devozione.
Una delle feste più importanti in questa tradizione è Maha Shivaratri, la grande notte di Shiva, che quest’anno sarà il 24 febbraio.

Questa festa è dedicata a Shiva (il distruttore), uno degli dei della Trimurti (Trinità) indiana, insieme a Vishnu (il conservatore) e Brahma (il creatore). Shiva viene chiamato anche Mahadeva ed è il dio della meditazione e dell’austerità, il principe degli yogi. Il suo ruolo fondamentale è la purificazione e la trasformazione. Shiva rappresenta la pura coscienza da cui tutto ha avuto origine e nella quale tutto l’universo verrà riassorbito. La distruzione del mondo, che è una trasformazione nella sua vera realtà, avverrebbe attraverso la danza di Shiva, detta Tandava, e per questo Shiva viene chiamato anche Nataraja, il danzatore. 

Questa festività si celebra nella quattordicesima notte di luna nuova del mese lunare di febbraio-marzo (Phalgun). Personalmente, mi hanno colpito le coincidenze che avvicinano questa festa alla nostra Quaresima, anche questa un periodo di purificazione, anche questa calcolata in base alla luna (40 giorni prima della Pasqua, che è la domenica successiva alla prima luna piena dopo l’equinozio di primavera) e anche questa che, pur avendo una data variabile, cade sempre in un periodo compreso fra il 4 febbraio e il 10 marzo. Immagino di non essere l’unica ad averlo notato, però non ne ho sentito parlare e non l’ho trovato scritto da altre parti. In ogni caso, è molto comune che feste di tradizioni diverse coincidano per date e simbolismo, visto che l’esigenza di simboli e è propria della natura dell’essere umano e che le date delle festività sono sempre state collegate ai cicli della natura.

I miti legati a questa festa della tradizione induista sono, come spesso accade in India, molteplici:

  • Da una parte, si crede che proprio durante questa notte, si siano celebrate le nozze di Shiva e Parvati .
  • Secondo un’altra versione, questa notte coinciderebbe con l’occasione in cui Mahadeva avrebbe mostrato per la prima volta la sua grazia divina, manifestandosi nella forma di un lingam fatto di fuoco e luce, lo jyotir lingam, per porre fine ad una disputa tra Brahma e Vishnu. 
  • Una terza versione, che mi ha raccontato un amico del Kerala, è che questa sia la notte in cui la dea Parvati, consorte di Shiva, ha vegliato e digiunato per lui, che aveva ingerito “Kalakooda” un potentissimo veleno che altrimenti avrebbe distrutto l’universo. Parvati avrebbe chiuso il collo di Shiva per impedire che il veleno raggiungesse lo stomaco e lo uccidesse, mentre Vishnu avrebbe tenuto chiusa la sua bocca per impedire che il veleno cadesse sulla terra. Shiva avrebbe purificato e trasformato il veleno nella gola, che è rimasta macchiata di blu, per questo motivo un altro degli appellativi di Shiva, è Neelakanta, che vuol dire appunto gola blu. Sottolineo anche in questo caso una “coincidenza” che mi sembra evidente, il chakra della gola è collegato alla purificazione ed al colore blu.

devoti credono che, osservando i riti prescritti in questo giorno, si venga purificati ed assolti dai peccati e si ottenga la Moksha, la liberazione dal ciclo di incarnazioni. Le donne digiunano e pregano per i propri mariti ed i propri figli o, se non sono ancora sposate, per trovare marito.
Durante questa giornata, si osserva l’astensione dal cibo ed il digiuno si interrompe solo il giorno seguente, dopo una notte di veglia in cui si onora Bhagavan Shiva attraverso la meditazione, la ripetizione dei mantra e i canti Bhajan. Al Signore Shiva vengono offerti cibi realizzati con frutta di stagione, tuberi e cocco. Chi osserva il digiuno, lo interromperà la mattina seguente consumando proprio questo cibo, il prasad, cibo consacrato. Anche l’idea di ricevere un cibo consacrato, al concludersi di una cerimonia, a me ricorda qualcosa…
Nella tradizione, la mattina seguente, i devoti fanno un bagno rituale all’alba, se possibile nelle sacre acque del Gange e, dopo aver indossato vestiti puliti, si recano al più vicino tempio dedicato a Shiva. Il giorno di Shivaratri i devoti, fra cui molte donne, affollano i templi per la celebrazione dei riti tradizionali, la Shivalingam pooja, ed ottenere così le benedizioni del dio. Quando è il loro turno, i devoti camminano intorno allo Shivalingam per tre o sette volte, e poi versano sopra al lingam dell’acqua o del latte. Intanto, le campane suonano e i fedeli inneggiano a Shiva. Secondo le prescrizioni dello Shiva Purana, ogni tre ore, lo Shivalingam viene bagnato con latte, yogurt, miele, pasta di sandalo e acqua di rose. Questo bagno rituale è accompagnato dalla meditazione e dal canto Om Namaha Shivaya. Al termine di questo, sullo Shivalingam viene applicata una pasta rosso vermiglio. Per ascoltare una versione del mantra, clicca su questo link https://youtu.be/mo1JWaPi-0A

Molti devoti decorano il lingam con fiori, ghirlande e foglie di alcuni alberi, offrendo bastoncini di incenso e frutta (come le giuggiole) e anche foglie di betel.

Ogni aspetto ed ogni elemento della celebrazione ha un significato preciso:

  • Il bagno rituale dello Shivalingam rappresenta la purificazione dell’anima.
  • La pasta color vermiglio, applicata al termine del bagno rituale, rappresenta la virtù.
  • L’offerta di frutta simboleggia la longevità e l’appagamento dei desideri.
  • Bruciare i bastoncini di incenso rappresenta la ricchezza.
  • Accendere una luce simboleggia il raggiungimento della conoscenza.
  • L’offerta delle foglie di betel sta a significare la soddisfazione dei piaceri materiali.

Il mio amico Sunil mi ha raccontato che, nel Kerala, chi non è in grado di rispettare un digiuno stretto, evita almeno di mangiare riso e si limita ad assumere cibi che vengono digeriti facilmente, come succhi, frutta e “pushukke”, cibo fatto con tuberi come la tapioca. Alla fine del digiuno, in questa zona, si mangia una zuppa di riso bollito, con “cherupayar” (un legume),  cocco e peperoncino verde piccante.
Mahadeva ama qualunque cibo che venga offerto con devozione ma abitualmente si offre riso bollito con latte, zucchero e frutta. L’offerta di cibo a Mahadeva si chiama “palpayasam” o “sarkkarappeyasam”.
Le donne indossano sari e gli uomini dhoti di colori luminosi e brillanti come il bianco, il giallo o lo zafferano. Non ci sono gioielli associati a Shiva, solo il mala di rudraska -letteralmente occhi di shiva, associato alle sue lacrime di compassione per il mondo- il seme di una pianta che si chiama Elaeocarpus ganitrus ed è diffusa sull’Himalaya, in Nepal e in varie parti dell’Asia. 
La mattina dopo la veglia, si celebra una pooja per i defunti. Nei grandi templi del Kerala, come Aluva o Vadakkumnathan, le persone siedono in varie file e molte persone celebrano la pooja allo stesso tempo. La cerimonia al tempio dura 15 minuti, se si fa una cerimonia casa con l’aiuto del poojari intorno a due ore, mentre a casa da soli un’ora. Il poojari, esperto nel rituale, intona il primo verso del mantra ed i devoti lo ripetono. Esistono molti mantra dedicati a Shiva. Le offerte sono di fiori, incenso di agarbathies e deepam, che significa fiamma ed è un pezzo di cotone immerso in puro olio di sesamo.

E noi? Dal momento che è  una notte con particolari influssi magnetici, possiamo approfittarne per aggiungere un pizzico di consapevolezza alle nostre pratiche e, magari, concederci una pratica più completa.

Possiamo purificare il nostro corpo con un bagno o una doccia, aggiungendo del sale grosso all’acqua e visualizzando l’acqua che non solo pulisce ma, soprattutto, porta via emozioni e pensieri negativi, atteggiamenti che non ci aiutano a stare bene…

Se ne abbiamo la possibilità, massaggiamo il nostro corpo con un olio base (olio di mandorle dolci, olio di sesamo, olio di cocco) che possiamo aromatizzare con un olio essenziale (magari uno associato al terzo chakra come il limone o il basilico).

Poi indossiamo abiti comodi, di fibre naturali e di un colore luminoso.

Scegliamo asana che coinvolgano il plesso solare o che richiamino le caratteristiche di Shiva.  Leggi tutto “Shivaratri: cos’è, come viene celebrata in India e come creare una ritualità personale”

Tra terra e cielo, risvegliare la colonna attraverso la pratica yoga di Vanda Scaravelli

In questi giorni in cui la vita mi ha chiesto di rallentare, ho riletto il libro “Tra terra e cielo, risvegliare la colonna vertebrale con la pratica yoga” di Vanda Scaravelli.

Un libro prezioso che mi è stato donato da un’amica, Sonia Ridolfini, che ne ha curato la traduzione in italiano. Un libro la cui lettura mi sento assolutamente di consigliare e che puoi facilmente acquistare cliccando qui http://amzn.to/2kiLbM4

Vanda Scaravelli ha incontrato lo yoga dopo i quarant’anni, lo ha appreso direttamente dai Maestri B.K.S. Iyengar e Desikachar insieme al filosofo indiano Krishnamurti e lo ha praticato per tutta la vita, fino a 91 anni. 

“Non esiste età nello yoga. Puoi iniziare a 70, 80 anni, perché, se praticato con l’aiuto della gravità, con l’aiuto del respiro, ricevi e non ti opponi, e non farai mai danni al tuo corpo. Sii pronto a ricevere energia. L’energia aiuta. La respirazione aiuta. L’età non esiste”.

E’  un libro originale, non un semplice manuale di yoga organizzato in uno schema canonico che parte dalle origini, attraversa la filosofia e spiega nei dettagli la pratica. È piuttosto un racconto, in cui l’autrice esplora in maniera riflessiva tanti temi, in apparenza non sempre direttamente collegati fra loro e con lo yoga, ma che dimostra senza ombra di dubbio come la pratica yoga trasformi e arricchisca la nostra vita in ogni suo aspetto.

Lo scopo dichiarato del libro è quello di guidarci verso l’ascolto del nostro corpo, di aiutarci a comprendere come assecondarlo nel movimento che nasce dal punto al centro della schiena a partire dal quale la colonna si muove in direzioni opposte. Infatti, l’autrice definisce come una “rivoluzione” imparare ad allungare e distendere invece di spingere e tirare, abbandonandoci alla forza di gravità e sfruttandola a nostro vantaggio, per eseguire le asana senza sforzo. 

Non si deve praticare lo yoga per controllare il corpo; è il contrario, lo yoga deve portare libertà al corpo, tutta la libertà di cui ha bisogno”.

Le sue riflessioni sulla pratica personale e la sua esperienza nell’insegnamento, la conducono a sviluppare un approccio personale alla pratica dello yoga. Vanda sottolinea l’importanza della respirazione, dell’atteggiamento mentale, della capacità di rilassarsi, della continuità e della perseveranza nella pratica yoga, nonché della capacità di arrivare all’asana con un movimento delicato, che segua le curve del corpo.
Esiste un modo per eseguire le posizioni yoga (asana) senza il minimo sforzo. Il movimento è la canzone del corpo. Si, il corpo ha una sua canzone da cui il movimento della danza sorge spontaneamente. In altre parole, quando le parti inferiori del nostro corpo (fianchi, gambe, ginocchia e piedi) accettano la forza di gravità, permettono alle nostre parti superiori (testa, collo, braccia, spalle e tronco) di liberarsi, dando origine a quella leggerezza di cui la danza è l’espressione ideale. La canzone del corpo, se ascoltiamo con attenzione, è bellezza, potremmo anche dire che è parte della natura. Cantiamo quando siamo felici e il corpo canta con noi come un’onda nel mare”.

Fra i tanti temi affrontati, oltre a quelli “classici” tipo asana, respirazione, rilassamento…, anche l’arte di camminare, la bellezza, il tempo, l’appuntamento con la morte…

Un tema sul quale l’autrice condivide le sue riflessioni e che a me sta particolarmente a cuore, per ovvie ragioni, è quello del l’insegnamento.
Vanda ci ricorda quanto l’insegnare sia un compito nobile e necessario alla civiltà. E anche come l’insegnamento sia un atto d’amore e una responsabilità. Questa responsabilità si manifesta in due direzioni: da una parte, dato che il risveglio energetico provocato dalla pratica può essere molto potente, così come l’insegnante non deve impiegare il proprio “potere” per motivi egoistici, allo stesso modo deve guidare l’allievo affinché non ne faccia un uso sbagliato; da un altro punto di vista, l’insegnante deve esercitare vigilanza e impegno nella vita quotidiana. Inoltre, l’insegnante non deve imporre la propria volontà all’alunno, il suo compito è cercare di risvegliare l’interesse dell’allievo e offrire gli insegnamenti con chiarezza. Compito del discepolo è quello di avere è un atteggiamento ricettivo, aperto, accogliente.
L’arte di insegnare scaturisce dall’osservazione, un atto nel quale l’attenzione viene risvegliata. L’arte dell’insegnare è nella chiarezza mentre l’arte di imparare necessita l’ascolto… Insegnare è un bisogno, è una necessità. Se vediamo qualcuno in una gabbia o in una stanza buia non possiamo far altro che aprire la porta. Vi è un’enorme gioia nell’insegnare agli altri quello che riteniamo giusto”.

Le parole di Vanda su questo argomento vibrano e risuonano nel mio essere e,  alle sue riflessioni, fanno eco le mie.

Ricordo ancora lo sgomento quando, nel gennaio 2000, ho superato l’esame e ricevuto l’attentato di insegnante di yoga.Gli insegnamenti dello yoga sono vasti come l’universo”, pensavo. “Come posso insegnare yoga, rispetto a questa vastità, quello che io conosco ha le dimensioni di una briciola…” , Poi, come succede, la vita mi ha preso per mano per condurmi sul mio cammino, ed una mia amica mi ha chiesto di fare lezione a suo figlio che aveva avuto un problema respiratorio collegato all’ansia, dovuta a un momento difficile. In quel momento ho compreso che non avevo bisogno di conoscere tutto sullo yoga, ma che potevo essere utile a questo ragazzo, condividendo con lui quello che avevo imparato. Ed è andata proprio così, lo yoga lo ha aiutato a ritrovare il suo equilibrio.

Riflettendo su quell’esperienza, mi sono resa conto che gli allievi che si avvicinano allo yoga attraverso di me e partecipano alle mie classi, sono quelli che hanno bisogno di ricevere quello che io posso offrire loro in quel momento. 

Ad insegnare, si impara insegnando.  

E ad insegnare, si impara praticando e vivendo i principi dello yoga nella tua vita. Solo applicando i principi dello yoga nella vita quotidiana, posso essere sincera nell’insegnamento.

L’allievo magari ancora non è in grado di valutare la mia competenza, ma sicuramente è in grado di percepire la mia sincerità.

Non solo la nostra formazione ma soprattutto le nostre esperienze di vita, si trasferiscono nel modo in cui insegniamo. Per questo, nessun insegnante è uguale ad un altro, ed è limitativo definirsi attraverso lo stile (Hatha yoga, Kundalini yoga, Raja yoga, solo per citarne alcuni), e sempre per questo alcuni maestri sentono l’esigenza di definire con un nome nuovo lo stile che insegnano. D’altra parte, lo yoga è sempre stato trasmesso da Maestro a discepolo, in modo personale. Krishnamacharya ha insegnato sia a Desikachar, che era suo figlio, sia a Iyengar. Sono entrambi grandi Maestri, ma il loro stile di insegnamento è molto diverso. Le lezioni di gruppo sono una cosa moderna, risalgono più o meno agli anni ’20.

A distanza di tanti anni, ancora provo un senso di riverenza e di profonda  gratitudine per gli insegnamenti dello yoga, e ancora sento di aver tanto da imparare. Grazie di cuore Sonia, per il tuo dono e per l’affettuosa dedica “a Micaela, maestra sensibile ed accogliente”. Grazie allo yoga che mi ha permesso di esprimere queste qualità e di incontrare te, che le hai sapute apprezzare, e le mie allieve e i miei allievi, compagni di questo viaggio indimenticabile.

Ricorda che puoi acquistare il libro di cui ti ho parlato, accedendo ad Amazon direttamente da questo link http://amzn.to/2kiLbM4

Le foto di Vanda Scaravelli sono tratte dal web; l’altra foto è personale, scattata durante la manifestazione Energie nel Parco, una manifestazione olistica che organizziamo ogni autunno, insieme a Nike Magnoni e Maria Luisa Garabelli.

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Riflessioni: la neutralità delle circostanze

Quando ho scelto il nome per questo blog, che ho chiamato “Vita da Yogi”, è stato perché desideravo che questo fosse non solo uno spazio per condividere informazioni e per trattare quegli aspetti teorici che spesso non si riescono ad approfondire durante le lezioni, ma anche uno spazio in cui fornire spunti di riflessione a chi mi legge.

Riflessioni che aiutino il lettore a comprendere che la pratica dello yoga non si riduce ne’ alla pratica fisica delle asana sul tappetino ne’ al raggiungimento di profondi stati di  meditazione nel silenzio di uno spazio sacro, ma che anzi, e soprattutto, la pratica ci sostiene in tutti i momenti della vita  quotidiana, mentre ci districhiamo fra i tanti impegni della vita moderna.

Questa era l’idea alla base, ma come renderla in pratica nel blog? Come  rendere evidente questa interconnessione tra la filosofia yogica  e gli aspetti prosaici della vita quotidiana? Quali argomenti trattare?
Detto fatto, domenica scorsa sono scivolata su una lastra di ghiaccio e ho battuto il polso.
Dolore, paura, preoccupazione per le lezioni da cancellare, dispiacere per le persone che fanno affidamento su di me… Queste le prime naturali reazioni... ma poi, la consapevolezza “testimone”, quella capacità di fare un passo indietro rispetto a quello che ci succede, e di osservare la nostra vita un po’ come se fossimo spettatori di un film, fa capolino fra i mille pensieri della mente “pratica”.
Come mai sei scivolata proprio adesso? Cosa significa questo per te? Quali insegnamenti puoi trarne? È davvero una cosa negativa?
Le risposte mi sorprendono: Intanto, mi fornisce il primo argomento per il blog, che ho appena creato. Poi mi da la possibilità di riposarmi, dopo un periodo particolarmente faticoso. Certo la mente razionale mi ricorda che avrei potuto trovarle un sacco di argomenti di cui scrivere anche senza farmi male, che con il dolore non ci si riposa affatto…
Scelgo di non ascoltarla e di concentrarmi sulle nuove possibilità che questa situazione mi offre.

Una prima riflessione è sulla sincronicita’: la sera prima di scivolare, avevo acquistato una maglietta con la scritta “relax”, una ulteriore inconscia richiesta di riposo da parte del mio corpo. Gli ultimi mesi dell’anno infatti, sono stati molto faticosi e sapevo di aver bisogno di una pausa, ma non riuscivo a trovare il modo di concedermela, come se il bisogno di riposo fosse un lusso che non potevo permettermi. 
Questo “segnale” arriva a ricordarmi che, se rimango con la mente aperta e osservo le coincidenze nella mia vita, posso imparare più velocemente le mie lezioni.
E anche che, se riesco ad ascoltare il mio corpo, e le esigenze più profonde del mio essere, posso imparare anche senza passare attraverso esperienze negative.

E questa prima riflessione mi conduce direttamente ad uno dei temi cardine della filosofia alla base dello yoga: la dualità e l’equanimità.
Come alcuni di voi già sapranno, i guna sono le tre qualità che costituiscono la trama del mondo materiale: tamas, l’inerzia, rajas, l’attività e sattva, l’equilibrio. Il mondo materiale è composto dalle interrelazioni fra i guna, e dalle coppie di opposti che ne originano (caldo/freddo, piacere/dolore, amore/odio, luce/ombra e così via…). I guna sono in movimento continuo, come il ciclo di un’onda, e la vita stessa può essere paragonata all’oscillazione di un pendolo. Ad un estremo dell’oscillazione troviamo una qualità e all’altro estremo, il suo opposto. Quando sperimentiamo un estremo della corsa del pendolo, successivamente dovremo sperimentare l’altro estremo. Sattva, che rappresenta la dimensione spirituale, si trova nel punto centrale, quello in cui il pendolo è fermo. 
Anche nella filosofia occidentale, lo stesso concetto viene espresso nel Fedone di Platone, in cui Socrate, quando gli levano le catene che gli legavano polsi e caviglie per permettergli di bere la cicuta, afferma: “Che strana cosa il piacere e il dolore; sembra che ognuno di loro segua sempre il suo contrario e che tutti e due non vogliano mai trovarsi nella stessa persona”.
Mentre il filosofo si interroga su questa “stranezza”, lo yoga ci indica una possibile via, una possibile soluzione del problema. Invece di colorare le circostanze con le nostre emozioni e di aggrapparci con ostinazione a quello che stiamo provando, aumentando così l’ampiezza dell’oscillazione del pendolo (e di conseguenza, anche il peso relativo delle dimensioni “negative”), lasciare scorrere in maniera naturale, diminuire l’ampiezza per permanere più a lungo nella zona di equilibrio, in cui possiamo sperimentare la nostra dimensione spirituale. Dimensione nella quale, realizziamo la comprensione del nostro vero Se’, caratterizzato dalla gioia e dalla pace che derivano dalla consapevolezza, non oscurata dal velo di Maya, l’illusione.

Potresti obiettare che queste sono solo belle parole ma distanti dalla realtà. E chiedermi, che cosa posso fare in pratica?

  • In questa circostanza, sono libera di scegliere se:
    – concentrarmi solo sul mio dolore e sui disagi che il fatto di non poter guidare, lavorare o essere autonoma mi provocano,
    – aggrapparmi a queste sensazioni negative ed amplificare così la mia sofferenza.
    È un meccanismo che conosciamo tutti anche troppo bene, che, quando succede qualcosa che non ci piace, ci fa dire frasi del tipo “Perché doveva capitare proprio a me? Non me lo meritavo. Proprio adesso che potevo stare un po’ tranquillo…” Come se, in fondo, qualcun’altro invece se lo sarebbe proprio meritato, come se l’altro fosse diverso da noi e non soffrisse come soffriamo noi.
    Oppure posso scegliere di accorgermi delle innumerevoli opportunità che questa situazione, inaspettata e non voluta, mi offre, per esempio, l’opportunità:
    – di riposare e di fare cose che non rientrano nella mia routine abituale;
    – di apprezzare la cura e il sostegno che ricevo da parte dei miei familiari, e le dimostrazioni di affetto dei miei amici e delle mie allieve;
    – di rendermi conto, durante la permanenza al Pronto Soccorso, di quante persone attraversano momenti difficili e di sofferenza ed aprire così il mio cuore alla compassione;
    – di re-imparare a chiedere aiuto e di comprendere, a un livello più profondo, che, a volte, il voler fare tutto da soli è una forma di orgoglio;
    – di capire che anche identificare me stessa esclusivamente con le possibilità di esprimermi e di agire attraverso il mio corpo è un’illusione, che per me è particolarmente forte proprio perché insegno yoga;
    – di ricordarmi di dire grazie a chi mi sta vicino e di sentire come la gratitudine mi permette di sentirmi in pace con me stessa e di coltivare relazioni armoniose.

Questo è soltanto un esempio di come mettere in pratica l’affermazione: le   circostanze sono neutre, non possiamo cambiare le circostanze, quello che possiamo cambiare è la nostra reazione ad esse.

In conclusione, mi piace riportare una citazione dalla Bhagavad Gita: “Il contatto dei sensi con gli oggetti, o figlio di Kunti, che causano caldo e freddo, piacere e dolore, hanno un inizio e una fine, sono impermanenti. Sopportali con coraggio, o Arjuna.
Quell’uomo saldo, che questi sicuramente non affliggono, o capo tra gli uomini, a cui piacere e dolore sono uguali, è degno di raggiungere l’immortalità”.

Se ancora non hai letto la Bhagavad Gita, il Canto del Beato Signore, puoi cliccare sul link http://amzn.to/2jRkFVL

Esistono anche due versioni commentate rispettivamente da Paramhansa Yogananda e da Swami Kriyananda, molto utili per approfondire gli aspetti allegorici e spirituali, disponibili sullo stesso sito.

Certo, l’obiettivo citato nella Bhagavad Gita è un obiettivo molto elevato e che non penso certo di avere già  raggiunto ma, come mi ricordano l’esperienza in montagna ed il Libro del Tao “anche un viaggio di mille miglia comincia con un passo”.

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Immagini tratte dal web, e personali

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