Riflessioni: la neutralità delle circostanze

Quando ho scelto il nome per questo blog, che ho chiamato “Vita da Yogi”, è stato perché desideravo che questo fosse non solo uno spazio per condividere informazioni e per trattare quegli aspetti teorici che spesso non si riescono ad approfondire durante le lezioni, ma anche uno spazio in cui fornire spunti di riflessione a chi mi legge.

Riflessioni che aiutino il lettore a comprendere che la pratica dello yoga non si riduce ne’ alla pratica fisica delle asana sul tappetino ne’ al raggiungimento di profondi stati di  meditazione nel silenzio di uno spazio sacro, ma che anzi, e soprattutto, la pratica ci sostiene in tutti i momenti della vita  quotidiana, mentre ci districhiamo fra i tanti impegni della vita moderna.

Questa era l’idea alla base, ma come renderla in pratica nel blog? Come  rendere evidente questa interconnessione tra la filosofia yogica  e gli aspetti prosaici della vita quotidiana? Quali argomenti trattare?
Detto fatto, domenica scorsa sono scivolata su una lastra di ghiaccio e ho battuto il polso.
Dolore, paura, preoccupazione per le lezioni da cancellare, dispiacere per le persone che fanno affidamento su di me… Queste le prime naturali reazioni... ma poi, la consapevolezza “testimone”, quella capacità di fare un passo indietro rispetto a quello che ci succede, e di osservare la nostra vita un po’ come se fossimo spettatori di un film, fa capolino fra i mille pensieri della mente “pratica”.
Come mai sei scivolata proprio adesso? Cosa significa questo per te? Quali insegnamenti puoi trarne? È davvero una cosa negativa?
Le risposte mi sorprendono: Intanto, mi fornisce il primo argomento per il blog, che ho appena creato. Poi mi da la possibilità di riposarmi, dopo un periodo particolarmente faticoso. Certo la mente razionale mi ricorda che avrei potuto trovarle un sacco di argomenti di cui scrivere anche senza farmi male, che con il dolore non ci si riposa affatto…
Scelgo di non ascoltarla e di concentrarmi sulle nuove possibilità che questa situazione mi offre.

Una prima riflessione è sulla sincronicita’: la sera prima di scivolare, avevo acquistato una maglietta con la scritta “relax”, una ulteriore inconscia richiesta di riposo da parte del mio corpo. Gli ultimi mesi dell’anno infatti, sono stati molto faticosi e sapevo di aver bisogno di una pausa, ma non riuscivo a trovare il modo di concedermela, come se il bisogno di riposo fosse un lusso che non potevo permettermi. 
Questo “segnale” arriva a ricordarmi che, se rimango con la mente aperta e osservo le coincidenze nella mia vita, posso imparare più velocemente le mie lezioni.
E anche che, se riesco ad ascoltare il mio corpo, e le esigenze più profonde del mio essere, posso imparare anche senza passare attraverso esperienze negative.

E questa prima riflessione mi conduce direttamente ad uno dei temi cardine della filosofia alla base dello yoga: la dualità e l’equanimità.
Come alcuni di voi già sapranno, i guna sono le tre qualità che costituiscono la trama del mondo materiale: tamas, l’inerzia, rajas, l’attività e sattva, l’equilibrio. Il mondo materiale è composto dalle interrelazioni fra i guna, e dalle coppie di opposti che ne originano (caldo/freddo, piacere/dolore, amore/odio, luce/ombra e così via…). I guna sono in movimento continuo, come il ciclo di un’onda, e la vita stessa può essere paragonata all’oscillazione di un pendolo. Ad un estremo dell’oscillazione troviamo una qualità e all’altro estremo, il suo opposto. Quando sperimentiamo un estremo della corsa del pendolo, successivamente dovremo sperimentare l’altro estremo. Sattva, che rappresenta la dimensione spirituale, si trova nel punto centrale, quello in cui il pendolo è fermo. 
Anche nella filosofia occidentale, lo stesso concetto viene espresso nel Fedone di Platone, in cui Socrate, quando gli levano le catene che gli legavano polsi e caviglie per permettergli di bere la cicuta, afferma: “Che strana cosa il piacere e il dolore; sembra che ognuno di loro segua sempre il suo contrario e che tutti e due non vogliano mai trovarsi nella stessa persona”.
Mentre il filosofo si interroga su questa “stranezza”, lo yoga ci indica una possibile via, una possibile soluzione del problema. Invece di colorare le circostanze con le nostre emozioni e di aggrapparci con ostinazione a quello che stiamo provando, aumentando così l’ampiezza dell’oscillazione del pendolo (e di conseguenza, anche il peso relativo delle dimensioni “negative”), lasciare scorrere in maniera naturale, diminuire l’ampiezza per permanere più a lungo nella zona di equilibrio, in cui possiamo sperimentare la nostra dimensione spirituale. Dimensione nella quale, realizziamo la comprensione del nostro vero Se’, caratterizzato dalla gioia e dalla pace che derivano dalla consapevolezza, non oscurata dal velo di Maya, l’illusione.

Potresti obiettare che queste sono solo belle parole ma distanti dalla realtà. E chiedermi, che cosa posso fare in pratica?

  • In questa circostanza, sono libera di scegliere se:
    – concentrarmi solo sul mio dolore e sui disagi che il fatto di non poter guidare, lavorare o essere autonoma mi provocano,
    – aggrapparmi a queste sensazioni negative ed amplificare così la mia sofferenza.
    È un meccanismo che conosciamo tutti anche troppo bene, che, quando succede qualcosa che non ci piace, ci fa dire frasi del tipo “Perché doveva capitare proprio a me? Non me lo meritavo. Proprio adesso che potevo stare un po’ tranquillo…” Come se, in fondo, qualcun’altro invece se lo sarebbe proprio meritato, come se l’altro fosse diverso da noi e non soffrisse come soffriamo noi.
    Oppure posso scegliere di accorgermi delle innumerevoli opportunità che questa situazione, inaspettata e non voluta, mi offre, per esempio, l’opportunità:
    – di riposare e di fare cose che non rientrano nella mia routine abituale;
    – di apprezzare la cura e il sostegno che ricevo da parte dei miei familiari, e le dimostrazioni di affetto dei miei amici e delle mie allieve;
    – di rendermi conto, durante la permanenza al Pronto Soccorso, di quante persone attraversano momenti difficili e di sofferenza ed aprire così il mio cuore alla compassione;
    – di re-imparare a chiedere aiuto e di comprendere, a un livello più profondo, che, a volte, il voler fare tutto da soli è una forma di orgoglio;
    – di capire che anche identificare me stessa esclusivamente con le possibilità di esprimermi e di agire attraverso il mio corpo è un’illusione, che per me è particolarmente forte proprio perché insegno yoga;
    – di ricordarmi di dire grazie a chi mi sta vicino e di sentire come la gratitudine mi permette di sentirmi in pace con me stessa e di coltivare relazioni armoniose.

Questo è soltanto un esempio di come mettere in pratica l’affermazione: le   circostanze sono neutre, non possiamo cambiare le circostanze, quello che possiamo cambiare è la nostra reazione ad esse.

In conclusione, mi piace riportare una citazione dalla Bhagavad Gita: “Il contatto dei sensi con gli oggetti, o figlio di Kunti, che causano caldo e freddo, piacere e dolore, hanno un inizio e una fine, sono impermanenti. Sopportali con coraggio, o Arjuna.
Quell’uomo saldo, che questi sicuramente non affliggono, o capo tra gli uomini, a cui piacere e dolore sono uguali, è degno di raggiungere l’immortalità”.

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Esistono anche due versioni commentate rispettivamente da Paramhansa Yogananda e da Swami Kriyananda, molto utili per approfondire gli aspetti allegorici e spirituali, disponibili sullo stesso sito.

Certo, l’obiettivo citato nella Bhagavad Gita è un obiettivo molto elevato e che non penso certo di avere già  raggiunto ma, come mi ricordano l’esperienza in montagna ed il Libro del Tao “anche un viaggio di mille miglia comincia con un passo”.

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Immagini tratte dal web, e personali

Se hai trovato utili queste riflessioni, ti chiedo la cortesia di condividerle, per me è importante sapere che tu le abbia apprezzare.

 

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