Tra terra e cielo, risvegliare la colonna attraverso la pratica yoga di Vanda Scaravelli

In questi giorni in cui la vita mi ha chiesto di rallentare, ho riletto il libro “Tra terra e cielo, risvegliare la colonna vertebrale con la pratica yoga” di Vanda Scaravelli.

Un libro prezioso che mi è stato donato da un’amica, Sonia Ridolfini, che ne ha curato la traduzione in italiano. Un libro la cui lettura mi sento assolutamente di consigliare e che puoi facilmente acquistare cliccando qui http://amzn.to/2kiLbM4

Vanda Scaravelli ha incontrato lo yoga dopo i quarant’anni, lo ha appreso direttamente dai Maestri B.K.S. Iyengar e Desikachar insieme al filosofo indiano Krishnamurti e lo ha praticato per tutta la vita, fino a 91 anni. 

“Non esiste età nello yoga. Puoi iniziare a 70, 80 anni, perché, se praticato con l’aiuto della gravità, con l’aiuto del respiro, ricevi e non ti opponi, e non farai mai danni al tuo corpo. Sii pronto a ricevere energia. L’energia aiuta. La respirazione aiuta. L’età non esiste”.

E’  un libro originale, non un semplice manuale di yoga organizzato in uno schema canonico che parte dalle origini, attraversa la filosofia e spiega nei dettagli la pratica. È piuttosto un racconto, in cui l’autrice esplora in maniera riflessiva tanti temi, in apparenza non sempre direttamente collegati fra loro e con lo yoga, ma che dimostra senza ombra di dubbio come la pratica yoga trasformi e arricchisca la nostra vita in ogni suo aspetto.

Lo scopo dichiarato del libro è quello di guidarci verso l’ascolto del nostro corpo, di aiutarci a comprendere come assecondarlo nel movimento che nasce dal punto al centro della schiena a partire dal quale la colonna si muove in direzioni opposte. Infatti, l’autrice definisce come una “rivoluzione” imparare ad allungare e distendere invece di spingere e tirare, abbandonandoci alla forza di gravità e sfruttandola a nostro vantaggio, per eseguire le asana senza sforzo. 

Non si deve praticare lo yoga per controllare il corpo; è il contrario, lo yoga deve portare libertà al corpo, tutta la libertà di cui ha bisogno”.

Le sue riflessioni sulla pratica personale e la sua esperienza nell’insegnamento, la conducono a sviluppare un approccio personale alla pratica dello yoga. Vanda sottolinea l’importanza della respirazione, dell’atteggiamento mentale, della capacità di rilassarsi, della continuità e della perseveranza nella pratica yoga, nonché della capacità di arrivare all’asana con un movimento delicato, che segua le curve del corpo.
Esiste un modo per eseguire le posizioni yoga (asana) senza il minimo sforzo. Il movimento è la canzone del corpo. Si, il corpo ha una sua canzone da cui il movimento della danza sorge spontaneamente. In altre parole, quando le parti inferiori del nostro corpo (fianchi, gambe, ginocchia e piedi) accettano la forza di gravità, permettono alle nostre parti superiori (testa, collo, braccia, spalle e tronco) di liberarsi, dando origine a quella leggerezza di cui la danza è l’espressione ideale. La canzone del corpo, se ascoltiamo con attenzione, è bellezza, potremmo anche dire che è parte della natura. Cantiamo quando siamo felici e il corpo canta con noi come un’onda nel mare”.

Fra i tanti temi affrontati, oltre a quelli “classici” tipo asana, respirazione, rilassamento…, anche l’arte di camminare, la bellezza, il tempo, l’appuntamento con la morte…

Un tema sul quale l’autrice condivide le sue riflessioni e che a me sta particolarmente a cuore, per ovvie ragioni, è quello del l’insegnamento.
Vanda ci ricorda quanto l’insegnare sia un compito nobile e necessario alla civiltà. E anche come l’insegnamento sia un atto d’amore e una responsabilità. Questa responsabilità si manifesta in due direzioni: da una parte, dato che il risveglio energetico provocato dalla pratica può essere molto potente, così come l’insegnante non deve impiegare il proprio “potere” per motivi egoistici, allo stesso modo deve guidare l’allievo affinché non ne faccia un uso sbagliato; da un altro punto di vista, l’insegnante deve esercitare vigilanza e impegno nella vita quotidiana. Inoltre, l’insegnante non deve imporre la propria volontà all’alunno, il suo compito è cercare di risvegliare l’interesse dell’allievo e offrire gli insegnamenti con chiarezza. Compito del discepolo è quello di avere è un atteggiamento ricettivo, aperto, accogliente.
L’arte di insegnare scaturisce dall’osservazione, un atto nel quale l’attenzione viene risvegliata. L’arte dell’insegnare è nella chiarezza mentre l’arte di imparare necessita l’ascolto… Insegnare è un bisogno, è una necessità. Se vediamo qualcuno in una gabbia o in una stanza buia non possiamo far altro che aprire la porta. Vi è un’enorme gioia nell’insegnare agli altri quello che riteniamo giusto”.

Le parole di Vanda su questo argomento vibrano e risuonano nel mio essere e,  alle sue riflessioni, fanno eco le mie.

Ricordo ancora lo sgomento quando, nel gennaio 2000, ho superato l’esame e ricevuto l’attentato di insegnante di yoga.Gli insegnamenti dello yoga sono vasti come l’universo”, pensavo. “Come posso insegnare yoga, rispetto a questa vastità, quello che io conosco ha le dimensioni di una briciola…” , Poi, come succede, la vita mi ha preso per mano per condurmi sul mio cammino, ed una mia amica mi ha chiesto di fare lezione a suo figlio che aveva avuto un problema respiratorio collegato all’ansia, dovuta a un momento difficile. In quel momento ho compreso che non avevo bisogno di conoscere tutto sullo yoga, ma che potevo essere utile a questo ragazzo, condividendo con lui quello che avevo imparato. Ed è andata proprio così, lo yoga lo ha aiutato a ritrovare il suo equilibrio.

Riflettendo su quell’esperienza, mi sono resa conto che gli allievi che si avvicinano allo yoga attraverso di me e partecipano alle mie classi, sono quelli che hanno bisogno di ricevere quello che io posso offrire loro in quel momento. 

Ad insegnare, si impara insegnando.  

E ad insegnare, si impara praticando e vivendo i principi dello yoga nella tua vita. Solo applicando i principi dello yoga nella vita quotidiana, posso essere sincera nell’insegnamento.

L’allievo magari ancora non è in grado di valutare la mia competenza, ma sicuramente è in grado di percepire la mia sincerità.

Non solo la nostra formazione ma soprattutto le nostre esperienze di vita, si trasferiscono nel modo in cui insegniamo. Per questo, nessun insegnante è uguale ad un altro, ed è limitativo definirsi attraverso lo stile (Hatha yoga, Kundalini yoga, Raja yoga, solo per citarne alcuni), e sempre per questo alcuni maestri sentono l’esigenza di definire con un nome nuovo lo stile che insegnano. D’altra parte, lo yoga è sempre stato trasmesso da Maestro a discepolo, in modo personale. Krishnamacharya ha insegnato sia a Desikachar, che era suo figlio, sia a Iyengar. Sono entrambi grandi Maestri, ma il loro stile di insegnamento è molto diverso. Le lezioni di gruppo sono una cosa moderna, risalgono più o meno agli anni ’20.

A distanza di tanti anni, ancora provo un senso di riverenza e di profonda  gratitudine per gli insegnamenti dello yoga, e ancora sento di aver tanto da imparare. Grazie di cuore Sonia, per il tuo dono e per l’affettuosa dedica “a Micaela, maestra sensibile ed accogliente”. Grazie allo yoga che mi ha permesso di esprimere queste qualità e di incontrare te, che le hai sapute apprezzare, e le mie allieve e i miei allievi, compagni di questo viaggio indimenticabile.

Ricorda che puoi acquistare il libro di cui ti ho parlato, accedendo ad Amazon direttamente da questo link http://amzn.to/2kiLbM4

Le foto di Vanda Scaravelli sono tratte dal web; l’altra foto è personale, scattata durante la manifestazione Energie nel Parco, una manifestazione olistica che organizziamo ogni autunno, insieme a Nike Magnoni e Maria Luisa Garabelli.

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Riflessioni: la neutralità delle circostanze

Quando ho scelto il nome per questo blog, che ho chiamato “Vita da Yogi”, è stato perché desideravo che questo fosse non solo uno spazio per condividere informazioni e per trattare quegli aspetti teorici che spesso non si riescono ad approfondire durante le lezioni, ma anche uno spazio in cui fornire spunti di riflessione a chi mi legge.

Riflessioni che aiutino il lettore a comprendere che la pratica dello yoga non si riduce ne’ alla pratica fisica delle asana sul tappetino ne’ al raggiungimento di profondi stati di  meditazione nel silenzio di uno spazio sacro, ma che anzi, e soprattutto, la pratica ci sostiene in tutti i momenti della vita  quotidiana, mentre ci districhiamo fra i tanti impegni della vita moderna.

Questa era l’idea alla base, ma come renderla in pratica nel blog? Come  rendere evidente questa interconnessione tra la filosofia yogica  e gli aspetti prosaici della vita quotidiana? Quali argomenti trattare?
Detto fatto, domenica scorsa sono scivolata su una lastra di ghiaccio e ho battuto il polso.
Dolore, paura, preoccupazione per le lezioni da cancellare, dispiacere per le persone che fanno affidamento su di me… Queste le prime naturali reazioni... ma poi, la consapevolezza “testimone”, quella capacità di fare un passo indietro rispetto a quello che ci succede, e di osservare la nostra vita un po’ come se fossimo spettatori di un film, fa capolino fra i mille pensieri della mente “pratica”.
Come mai sei scivolata proprio adesso? Cosa significa questo per te? Quali insegnamenti puoi trarne? È davvero una cosa negativa?
Le risposte mi sorprendono: Intanto, mi fornisce il primo argomento per il blog, che ho appena creato. Poi mi da la possibilità di riposarmi, dopo un periodo particolarmente faticoso. Certo la mente razionale mi ricorda che avrei potuto trovarle un sacco di argomenti di cui scrivere anche senza farmi male, che con il dolore non ci si riposa affatto…
Scelgo di non ascoltarla e di concentrarmi sulle nuove possibilità che questa situazione mi offre.

Una prima riflessione è sulla sincronicita’: la sera prima di scivolare, avevo acquistato una maglietta con la scritta “relax”, una ulteriore inconscia richiesta di riposo da parte del mio corpo. Gli ultimi mesi dell’anno infatti, sono stati molto faticosi e sapevo di aver bisogno di una pausa, ma non riuscivo a trovare il modo di concedermela, come se il bisogno di riposo fosse un lusso che non potevo permettermi. 
Questo “segnale” arriva a ricordarmi che, se rimango con la mente aperta e osservo le coincidenze nella mia vita, posso imparare più velocemente le mie lezioni.
E anche che, se riesco ad ascoltare il mio corpo, e le esigenze più profonde del mio essere, posso imparare anche senza passare attraverso esperienze negative.

E questa prima riflessione mi conduce direttamente ad uno dei temi cardine della filosofia alla base dello yoga: la dualità e l’equanimità.
Come alcuni di voi già sapranno, i guna sono le tre qualità che costituiscono la trama del mondo materiale: tamas, l’inerzia, rajas, l’attività e sattva, l’equilibrio. Il mondo materiale è composto dalle interrelazioni fra i guna, e dalle coppie di opposti che ne originano (caldo/freddo, piacere/dolore, amore/odio, luce/ombra e così via…). I guna sono in movimento continuo, come il ciclo di un’onda, e la vita stessa può essere paragonata all’oscillazione di un pendolo. Ad un estremo dell’oscillazione troviamo una qualità e all’altro estremo, il suo opposto. Quando sperimentiamo un estremo della corsa del pendolo, successivamente dovremo sperimentare l’altro estremo. Sattva, che rappresenta la dimensione spirituale, si trova nel punto centrale, quello in cui il pendolo è fermo. 
Anche nella filosofia occidentale, lo stesso concetto viene espresso nel Fedone di Platone, in cui Socrate, quando gli levano le catene che gli legavano polsi e caviglie per permettergli di bere la cicuta, afferma: “Che strana cosa il piacere e il dolore; sembra che ognuno di loro segua sempre il suo contrario e che tutti e due non vogliano mai trovarsi nella stessa persona”.
Mentre il filosofo si interroga su questa “stranezza”, lo yoga ci indica una possibile via, una possibile soluzione del problema. Invece di colorare le circostanze con le nostre emozioni e di aggrapparci con ostinazione a quello che stiamo provando, aumentando così l’ampiezza dell’oscillazione del pendolo (e di conseguenza, anche il peso relativo delle dimensioni “negative”), lasciare scorrere in maniera naturale, diminuire l’ampiezza per permanere più a lungo nella zona di equilibrio, in cui possiamo sperimentare la nostra dimensione spirituale. Dimensione nella quale, realizziamo la comprensione del nostro vero Se’, caratterizzato dalla gioia e dalla pace che derivano dalla consapevolezza, non oscurata dal velo di Maya, l’illusione.

Potresti obiettare che queste sono solo belle parole ma distanti dalla realtà. E chiedermi, che cosa posso fare in pratica?

  • In questa circostanza, sono libera di scegliere se:
    – concentrarmi solo sul mio dolore e sui disagi che il fatto di non poter guidare, lavorare o essere autonoma mi provocano,
    – aggrapparmi a queste sensazioni negative ed amplificare così la mia sofferenza.
    È un meccanismo che conosciamo tutti anche troppo bene, che, quando succede qualcosa che non ci piace, ci fa dire frasi del tipo “Perché doveva capitare proprio a me? Non me lo meritavo. Proprio adesso che potevo stare un po’ tranquillo…” Come se, in fondo, qualcun’altro invece se lo sarebbe proprio meritato, come se l’altro fosse diverso da noi e non soffrisse come soffriamo noi.
    Oppure posso scegliere di accorgermi delle innumerevoli opportunità che questa situazione, inaspettata e non voluta, mi offre, per esempio, l’opportunità:
    – di riposare e di fare cose che non rientrano nella mia routine abituale;
    – di apprezzare la cura e il sostegno che ricevo da parte dei miei familiari, e le dimostrazioni di affetto dei miei amici e delle mie allieve;
    – di rendermi conto, durante la permanenza al Pronto Soccorso, di quante persone attraversano momenti difficili e di sofferenza ed aprire così il mio cuore alla compassione;
    – di re-imparare a chiedere aiuto e di comprendere, a un livello più profondo, che, a volte, il voler fare tutto da soli è una forma di orgoglio;
    – di capire che anche identificare me stessa esclusivamente con le possibilità di esprimermi e di agire attraverso il mio corpo è un’illusione, che per me è particolarmente forte proprio perché insegno yoga;
    – di ricordarmi di dire grazie a chi mi sta vicino e di sentire come la gratitudine mi permette di sentirmi in pace con me stessa e di coltivare relazioni armoniose.

Questo è soltanto un esempio di come mettere in pratica l’affermazione: le   circostanze sono neutre, non possiamo cambiare le circostanze, quello che possiamo cambiare è la nostra reazione ad esse.

In conclusione, mi piace riportare una citazione dalla Bhagavad Gita: “Il contatto dei sensi con gli oggetti, o figlio di Kunti, che causano caldo e freddo, piacere e dolore, hanno un inizio e una fine, sono impermanenti. Sopportali con coraggio, o Arjuna.
Quell’uomo saldo, che questi sicuramente non affliggono, o capo tra gli uomini, a cui piacere e dolore sono uguali, è degno di raggiungere l’immortalità”.

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Esistono anche due versioni commentate rispettivamente da Paramhansa Yogananda e da Swami Kriyananda, molto utili per approfondire gli aspetti allegorici e spirituali, disponibili sullo stesso sito.

Certo, l’obiettivo citato nella Bhagavad Gita è un obiettivo molto elevato e che non penso certo di avere già  raggiunto ma, come mi ricordano l’esperienza in montagna ed il Libro del Tao “anche un viaggio di mille miglia comincia con un passo”.

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Immagini tratte dal web, e personali

Se hai trovato utili queste riflessioni, ti chiedo la cortesia di condividerle, per me è importante sapere che tu le abbia apprezzare.

 

Paramhansa Yogananda


Introduzione

Alla fine dell’inverno del 2016, è stato proiettato in molte città italiane, Awake – il sentiero della felicità, un film documentario sulla vita del Maestro Paramhansa Yogananda. Questo film, come il suo classico Autobiografia di uno yogi, pubblicata nel 1946, ha toccato il cuore di molte persone. Il film è stato proiettato nuovamente in occasione della Giornata Internazionale dello Yoga ed è disponibile anche in DVD. Per acquistarlo, vai sul sito Amazon, cliccando sul link http://amzn.to/2jOPDjP. Penso che – sia nel caso in cui tu abbia visto il film sia in cui tu lo abbia solo sentito nominare – possa interessarti saperne qualcosa di più su questo grande Maestro.
I suoi insegnamenti – i cui capisaldi sono la scienza della meditazione, l’arte di vivere in modo equilibrato e la fondamentale unità di tutte le religioni – sono trasmessi principalmente attraverso due organizzazioni: la Self Realization Fellowship, fondata dallo stesso Paramhansa Yogananda, e Ananda, fondata da Swami Kriyananda, uno degli ultimi discepoli a conoscere il Maestro mentre era in vita.

Chi è Paramhansa Yogananda
Mukunda Lal Gosh e’ nato il 5 gennaio 1893 a Gorakhpur nell’India nord-orientale. Paramhansa Yogananda e’ il suo nome monastico. I suoi genitori erano bengalesi, discepoli di Lahiri Mahashaya. Aveva sette fratelli.
Il padre lavorava per la compagnia ferroviaria Bengal-Nagpur, per cui ha abitato in diverse città indiane.

A otto anni ha avuto una guarigione miracolosa dal colera asiatico, grazie alle preghiere rivolte all’immagine di Lahiri Mahashaya, che gli ha dato l’ispirazione a cercare Dio, di cui scrive “Egli è gioia eterna e sempre nuova!”.
Quando Yogananda aveva 11 anni, mentre lui e il padre si trovavano a Bareilly, sua madre muore a Calcutta, morte preannunciata da una visione e che lo getta nella prostrazione, finché la Madre divina risponde al suo sconforto e alle sue preghiere: “Sono Io che ho vegliato su di te, vita dopo vita, con la tenerezza di innumerevoli madri; scorgi nel mio sguardo i due occhi neri, i dolcissimi occhi perduti che cerchi”.
La sua fanciullezza trascorre nella ricerca del suo Maestro ed è caratterizzata dai suoi tentativi di fuga verso l’Himalaya, frustrati dalla sorveglianza del fratello maggiore e dal desiderio del padre che studi e metta su famiglia.
Finalmente incontra il suo Maestro, Swami Sri Yukteshwar Giri, che era stato discepolo di Lahiri Mahashaya; Yogananda descrive con queste parole il suo incontro con lui “un uomo simile al Cristo, con indosso la veste ocra degli Swami, stava immobile in fondo al vicolo. Mi sembrò immediatamente di conoscerlo e di averlo conosciuto da sempre; per un attimo il mio sguardo si nutri avidamente di lui”. Con sua sorpresa e disappunto, anche Sri Yukteswhar lo spinge a continuare gli studi perché un giorno sarebbe dovuto andare in Occidente e sarebbe stato tenuto in maggior considerazione con un titolo universitario.
Realizza il suo ideale di offrire un’educazione completa ai giovani, iniziando con sette bambini in un piccolo villaggio del Bengala. L’anno successivo, nel 1918, fonda una scuola a Ranchi nel Bihar, con il sostegno del Maharaja di Kasimbazar. Una scuola primaria e secondaria, in cui la maggior parte delle lezioni veniva tenuta all’aperto. Oltre ai programmi tradizionali, ai bambini venivano insegnate tecniche di meditazione e lo Yogoda, un metodo per mantenere in salute il corpo (oggi conosciuto con il nome di Esercizi di Ricarica).

Viene invitato a partecipare come delegato indiano all’International Congress of Liberals of America a Boston, il 6 ottobre 1920.
Prima di partire, gli appare in visione Babaji, il Maestro di Lahiri Mahashaya, che gli dice “Tu sei colui che ho scelto per diffondere il kriya yoga in Occidente“. Si ferma a Boston per tre anni, tenendo corsi e conferenze pubbliche. In quegli anni, ha anche scritto un libro di poesie “Canti dell’Anima”. Nel 1924, tiene conferenze nelle principali città degli Stati Uniti.
Nel 1925, fonda un ashram a Mount Washington, sede della Self Realization Fellowship (SRF). Negli anni tra il 1920 e il 1930 tiene conferenze e lezioni di yoga in moltissime città e dedica alle migliaia di americani che lo hanno seguito il libro “Sussurri dall’eternità”, un libro di preghiere e pensieri spirituali.
Ritorna in India per un anno nel 1935, dove visita suo padre e il suo Maestro, Sri Yukteshwar. Durante questo viaggio, provvede anche a riorganizzare la scuola di Ranchi. Sri Yukteshwar muore mentre Yogananda si trova in India e gli appare nel corpo fisico per confortarlo. Nelle sue parole: “Ma siete proprio voi, maestro, lo stesso leone di Dio? Avete ancora un corpo come quello che ho seppellito sotto le crudeli sabbie di Puri?” “Si, figlio mio, sono lo stesso. Questo è un corpo di carne e ossa. Anche se io lo vedo etereo, ai tuoi occhi e’ un corpo materiale. Dagli atomi cosmici ho creato una forma completamente nuova, perfettamente identica a quel corpo fisico del cosmico sogno che tu hai sepolto sotto le sabbie di sogno di Puri, nel tuo mondo di sogno. In verità io sono risorto, non sulla terra, bensì su un pianeta astrale abitato da esseri che, più degli uomini, sono capaci di conformarsi ai miei elevati principi spirituali. La’ tu e i tuoi cari dalla grande realizzazione spirituale mi raggiungerete un giorno per rimanere con me’. Rientra a Mount Washington verso la fine del 1936.
Negli ultimi anni della sua vita si dedica soprattutto alla scrittura.
Entra nel mahasamadhi, l’uscita cosciente dal corpo fisico, il 6 marzo nel 1952 a Los Angeles, al termine di un discorso da lui pronunciato in onore del l’ambasciatore indiano, Binay R. Sen.

La mia esperienza
Ho incontrato molti anni fa Paramhansa Yogananda, come molte altre persone, attraverso la lettura dell’Autobiografia di uno yogi.  È stata una lettura sorprendente! Se non hai ancora letto questo libro e vuoi leggerlo, puoi cliccare sul link http://amzn.to/2jxTSN6. Praticavo Hatha yoga da circa cinque anni e leggevo molti libri sullo yoga. Non ero per niente preparata ai contenuti di questo libro. L’ho divorato in pochissimo tempo e intanto pensavo “questo libro è come il Vangelo, eppure non posso fare a meno di crederci”. Personalmente, la lettura dell’Autobiografia di uno yogi mi ha portato a rileggere il Vangelo con una diversa prospettiva e a credere in modo più profondo agli insegnamenti di Cristo.

Qualche tempo dopo, mi sono recata ad Ananda Assisi, dove ho ricevuto gli insegnamenti preparatori e poi sono stata iniziata al kriya yoga. Le comunità Ananda, sono state fondate da Swami Kriyananda, che è stato discepolo diretto di Yogananda, nel 1968, inizialmente negli Stati Uniti, realizzando così le direttive a lui direttamente impartite dal suo Maestro per la creazione di “colonie di fratellanza mondiale”, e successivamente in Italia e in India. (Se ti interessa l’argomento puoi leggere Un luogo chiamato Ananda o guardare il video Finding happiness). Vuoi sapere quali sono stati gli insegnamenti di Paramhansa Yogananda? Leggi il prossimo paragrafo. Non pensare che l’argomento sia “troppo spirituale”, come disse Yogananda ad un discepolo che gli chiedeva se avrebbe mai lasciato il sentiero spirituale “Come potresti? Ogni persona è sul sentiero spirituale!”.

Gli insegnamenti di Paramhansa Yogananda
Gli insegnamenti del Maestro si basano sui principi cardine della filosofia indiana. Il velo di maya, l’illusione, ricopre la realtà ultima, che è la dimensione spirituale. Il nostro scopo nella vita e’ “la realizzazione del Se”, sollevare il velo di maya e tornare ad immergerci nell’oceano della consapevolezza divina. Per ottenere questo risultato, possiamo utilizzare la tecnica di meditazione che lui ha insegnato, il kriya yoga. Per aiutare i ricercatori spirituali nel loro cammino, ha scritto molti libri, con argomenti vari: dall’Autobiografia di uno yogi, Alimentazione yoga, L’eterna ricerca dell’uomo, Affermazioni scientifiche di guarigione, Sussurri dall’eternità, Come essere sani e vitali, interpretazioni della Bhagavad Gita e del Vangelo… Era sua intenzione dimostrare la fondamentale sintonia degli insegnamenti di Sri Krishna e di Gesù Cristo.

Che cos’è il kriya yoga
La scienza del kriya yoga viene “descritta” da Yogananda nel capitolo 26 dell’Autobiografia di uno yogi. “La tecnica, che come vedi e’ semplice, ha il potere di accelerare l’evoluzione spirituale dell’uomo. Le scritture induiste insegnano che l’ego, una volta incarnato, impiega un milione di anni per raggiungere la liberazione da maya. Il kriya yoga permette di abbassare consapevolmente questo periodo naturale.”. Kriya yoga, dalle due radici sanscrite, kri – fare e jug – unire, significa “unione con l’Infinito mediante una certa azione”. La tecnica può essere insegnata esclusivamente da un kriyaban autorizzato affinché, insieme alla tecnica, si possa ricevere la benedizione del Maestro. Continuo ad utilizzare le parole di Yogananda per spiegare gli effetti che questa tecnica ha sul corpo “e’ un semplice metodo psicofisiologico che permette di purificare il sangue dal l’anidride carbonica e di arricchirlo di ossigeno. Gli atomi di questo ossigeno supplementare vengono trasformati in corrente vitale, che rigenera il cervello e i centri spinali. Arrestando l’accumularsi di sangue venoso, lo yogi può ridurre o prevenire il deterioramento dei tessuti. Lo yogi evoluto trasforma le cellule del proprio corpo in energia.”. A questa scienza molto antica si fa riferimento nella Bhagavad Gita e negli Yoga Sutra di Patanjali. Lahiri Mahasaya ha imparato questa tecnica dal suo Maestro Babaji e gli ha dato larga diffusione. Yogananda ha avuto la missione di insegnare la scienza del kriya yoga in Occidente.
Insieme al kriya yoga, Paramhansa Yogananda ci ha lasciato altre tre tecniche: gli esercizi di ricarica, l’Hong Sau e la tecnica dell’Om.

Gli esercizi di ricarica
Gli esercizi di ricarica, di cui nel 2016 si sono festeggiati i 100 anni, rappresentano il contributo unico di Yogananda alla scienza dello yoga. In base al principio secondo il quale “più forte la volontà più forte il flusso di energia”, in questo sistema di esercizi si dirige la forza vitale nelle singole aree del corpo, attraverso una graduale contrazione e un graduale rilassamento, risvegliando e rivitalizzando così corpo, mente e spirito. Si praticano in abbinamento ad un “doppio respiro” per ossigenare e detossificare il corpo. Se vuoi capire meglio di cosa si tratta puoi guardare il video di Ananda edizioni su YouTube. Inoltre, Ananda edizioni ha inoltre pubblicato un libro con DVD che può essere uno strumento utile per imparare e per praticare questi benefici esercizi.

La tecnica Hong Sau
La tecnica Hong Sau e’ uno strumento che ci consente di raggiungere la concentrazione necessaria per poter praticare la meditazione. Lo scopo del mantra e’ proprio quello di proteggere la mente, offrendole qualcosa su cui concentrarsi e non permettendole di divagare. Il significato di questo mantra e’ Io sono Quello, cioè Io sono Spirito; la sintonizzazione con questo mantra ci aiuta ad aprirci alla comunione con Dio ed a sperimentare la nostra essenza divina.

La tecnica dell’Om
“In principio era il Verbo, il Verbo era presso Dio e il verbo era Dio. Egli era in principio presso Dio: tutto è stato fatto per mezzo di lui, e senza di lui niente e’ stato fatto di tutto ciò che esiste.”. Vangelo di Giovanni datato I-II sec. d.C.
“Questo (in principio) era il solo Signore dell’Universo. La sua Parola era con lui. Quella Parola era il suo secondo. Egli contemplo’. Egli disse:”Libererò questa Parola, così che ella produrrà e creerà tutto questo mondo”.
Tandya-maha-brahmana XX, 14,2 – la datazione dei Veda e’ complessa e va dal 1500 al 600 a.C.
L’Om e’ la sillaba sacra con cui Dio, nella tradizione indiana/induista, ha creato il mondo. È lo Spirito divino, il Verbo o la Parola, che si manifesta nella creazione attraverso la vibrazione. La tecnica dell’Om utilizza una profonda concentrazione sul suono dell’Om per entrare in comunione con lo Spirito.

 

Le fotografie di Paramhansa Yogananda, sono tratte dal web.

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Lo scopo dello yoga

Lo scopo dello yoga (no, non è la verticale)

La posizione, non è l’obiettivo. Diventare flessibile, non è l’obiettivo. Stare in verticale sulle mani, non è l’obiettivo.

L’obiettivo  è creare spazio dove una volta eri bloccato. Sollevare i veli di protezione che hai costruito intorno al tuo cuore. Apprezzare il tuo corpo e diventare consapevole della mente e del rumore che produce. Fare pace con chi sei.

Lo scopo è amare…te. Mettiti sul tappetino per sentire, non per ottenere risultati. Sposta la tua attenzione e il tuo cuore crescerà.

Rachel Brathen

Ho scelto questo testo, moderno e occidentale, perché trovo che induca a riflettere sullo scopo più profondo della pratica, anche chi pratica yoga in maniera più disincantata, senza interesse consapevole per la filosofia che è comunque alla base di questa disciplina.

Il creare spazio nel corpo ed imparare ad apprezzarlo anche quando non corrisponda ai canoni estetici imposti da una società superficiale; il sollevare i veli che avvolgono il cuore e che, per proteggerlo, gli impediscono di vivere una vita piena;  il divenire consapevoli del chiacchiericcio della mente ed imparare a godere del silenzio e della pace; sono i doni dello yoga alla vita quotidiana.

Foto dal web

 

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Biografia completa

Mi chiamo Micaela Jorio e sono nata a Roma nel 1968.


Ho iniziato a praticare hatha yoga nel 1995 con il maestro Cristian Sinisi (diplomato all’Istituto Yoga di Carlo Patrian – uno dei pionieri dello yoga in Italia) presso il suo centro a Stradella (PV).
Mi sono immediatamente appassionata a questa disciplina.
Dopo alcuni anni di pratica, è stato lo stesso Cristian ad incoraggiarmi a seguire il suo stesso percorso formativo e a diventare insegnante, fornendomi consigli e sostegno ed introducendomi all’insegnamento facendosi sostituire in alcune lezioni.
Mi sono diplomata anch’io all’Istituto Yoga sotto la guida di Carlo Patrian, questo grande maestro era fisicamente minuto ma emanava una grande forza e guardava alla vita con sereno distacco e molta ironia.
Nella sua scuola, ho studiato alcuni fra i più importanti testi sullo yoga come gli Yoga Sutras di Patanjali, la Bhagavad Gita, Teoria e pratica dello yoga e teoria e pratica del pranayama di B.K.S. Iyengar, ho ascoltato maestri indiani di diverse tradizioni, ho studiato anatomia e fisiologia e mi sono allenata nella conduzione delle lezioni e a parlare in pubblico.
Ho poi cominciato ad insegnare privatamente ad un ragazzo affetto da dispnea respiratoria al quale lo yoga era stato consigliato dai medici. Insieme abbiamo ottenuto grandi risultati e questo mi ha confermato nel desiderio di condividere la mia esperienza con gli altri.
La mia formazione è continuata frequentando negli anni seminari specifici legati all’insegnamento dello yoga ai bambini, alla spiritualità e alla meditazione presso il Centro Ananda Assisi dove sono diventata discepola del Maestro Paramhansa Yogananda.

Ho poi completato un corso in Integrative Yoga Therapy (2014-2015), uno per insegnare Yogainvolo (2015) e per insegnare Shakti dance, lo “yoga che danza” (2015-2016). Nell’agosto 2016, ho partecipato anche ad un ulteriore modulo di formazione per insegnanti di Shakti dance.
Ho collaborato con diverse palestre e associazioni (a Sutri, Caprarola, Vetralla, Civita Castellana, Ronciglione) ed ho aperto un centro yoga nel paese in cui abitavo, Sutri (VT), attualmente sede de Le Torrette Energy Center asd, di cui sono Presidente. Uno degli scopi sociali è proprio quello di promuovere e diffondere la conoscenza dello yoga.
Per informazioni aggiornate sui corsi, consulta la pagina Le mie lezioni
Ho avuto brevi ma illuminanti esperienze di insegnamento dello yoga ai bambini sia presso Ananda Assisi sia nella scuola materna frequentata dal mio figlio minore.
Dal 2014, ideatrice, insieme alla mia amica ed insegnante di yoga Nike Magnoni, ed organizzatrice, insieme a Nike e a Maria Luisa Garavelli dell’Associazione Andar per Arte, della manifestazione “Energie nel Parco”, una intera giornata di attività gratuite nella splendida cornice di Villa Savorelli a Sutri (VT).
Dal 2015 collaboro con il blog “A tutto yoga” , Leggi tutto “Biografia completa”