Shivaratri: cos’è, come viene celebrata in India e come creare una ritualità personale

Quando si pratica yoga da qualche tempo, si diventa inevitabilmente curiosi dell’affascinante cultura all’interno della quale lo yoga è nato e si è sviluppato. Una cultura ricca di miti e di simboli ed imbevuta di devozione.
Una delle feste più importanti in questa tradizione è Maha Shivaratri, la grande notte di Shiva, che quest’anno sarà il 24 febbraio.

Questa festa è dedicata a Shiva (il distruttore), uno degli dei della Trimurti (Trinità) indiana, insieme a Vishnu (il conservatore) e Brahma (il creatore). Shiva viene chiamato anche Mahadeva ed è il dio della meditazione e dell’austerità, il principe degli yogi. Il suo ruolo fondamentale è la purificazione e la trasformazione. Shiva rappresenta la pura coscienza da cui tutto ha avuto origine e nella quale tutto l’universo verrà riassorbito. La distruzione del mondo, che è una trasformazione nella sua vera realtà, avverrebbe attraverso la danza di Shiva, detta Tandava, e per questo Shiva viene chiamato anche Nataraja, il danzatore. 

Questa festività si celebra nella quattordicesima notte di luna nuova del mese lunare di febbraio-marzo (Phalgun). Personalmente, mi hanno colpito le coincidenze che avvicinano questa festa alla nostra Quaresima, anche questa un periodo di purificazione, anche questa calcolata in base alla luna (40 giorni prima della Pasqua, che è la domenica successiva alla prima luna piena dopo l’equinozio di primavera) e anche questa che, pur avendo una data variabile, cade sempre in un periodo compreso fra il 4 febbraio e il 10 marzo. Immagino di non essere l’unica ad averlo notato, però non ne ho sentito parlare e non l’ho trovato scritto da altre parti. In ogni caso, è molto comune che feste di tradizioni diverse coincidano per date e simbolismo, visto che l’esigenza di simboli e è propria della natura dell’essere umano e che le date delle festività sono sempre state collegate ai cicli della natura.

I miti legati a questa festa della tradizione induista sono, come spesso accade in India, molteplici:

  • Da una parte, si crede che proprio durante questa notte, si siano celebrate le nozze di Shiva e Parvati .
  • Secondo un’altra versione, questa notte coinciderebbe con l’occasione in cui Mahadeva avrebbe mostrato per la prima volta la sua grazia divina, manifestandosi nella forma di un lingam fatto di fuoco e luce, lo jyotir lingam, per porre fine ad una disputa tra Brahma e Vishnu. 
  • Una terza versione, che mi ha raccontato un amico del Kerala, è che questa sia la notte in cui la dea Parvati, consorte di Shiva, ha vegliato e digiunato per lui, che aveva ingerito “Kalakooda” un potentissimo veleno che altrimenti avrebbe distrutto l’universo. Parvati avrebbe chiuso il collo di Shiva per impedire che il veleno raggiungesse lo stomaco e lo uccidesse, mentre Vishnu avrebbe tenuto chiusa la sua bocca per impedire che il veleno cadesse sulla terra. Shiva avrebbe purificato e trasformato il veleno nella gola, che è rimasta macchiata di blu, per questo motivo un altro degli appellativi di Shiva, è Neelakanta, che vuol dire appunto gola blu. Sottolineo anche in questo caso una “coincidenza” che mi sembra evidente, il chakra della gola è collegato alla purificazione ed al colore blu.

devoti credono che, osservando i riti prescritti in questo giorno, si venga purificati ed assolti dai peccati e si ottenga la Moksha, la liberazione dal ciclo di incarnazioni. Le donne digiunano e pregano per i propri mariti ed i propri figli o, se non sono ancora sposate, per trovare marito.
Durante questa giornata, si osserva l’astensione dal cibo ed il digiuno si interrompe solo il giorno seguente, dopo una notte di veglia in cui si onora Bhagavan Shiva attraverso la meditazione, la ripetizione dei mantra e i canti Bhajan. Al Signore Shiva vengono offerti cibi realizzati con frutta di stagione, tuberi e cocco. Chi osserva il digiuno, lo interromperà la mattina seguente consumando proprio questo cibo, il prasad, cibo consacrato. Anche l’idea di ricevere un cibo consacrato, al concludersi di una cerimonia, a me ricorda qualcosa…
Nella tradizione, la mattina seguente, i devoti fanno un bagno rituale all’alba, se possibile nelle sacre acque del Gange e, dopo aver indossato vestiti puliti, si recano al più vicino tempio dedicato a Shiva. Il giorno di Shivaratri i devoti, fra cui molte donne, affollano i templi per la celebrazione dei riti tradizionali, la Shivalingam pooja, ed ottenere così le benedizioni del dio. Quando è il loro turno, i devoti camminano intorno allo Shivalingam per tre o sette volte, e poi versano sopra al lingam dell’acqua o del latte. Intanto, le campane suonano e i fedeli inneggiano a Shiva. Secondo le prescrizioni dello Shiva Purana, ogni tre ore, lo Shivalingam viene bagnato con latte, yogurt, miele, pasta di sandalo e acqua di rose. Questo bagno rituale è accompagnato dalla meditazione e dal canto Om Namaha Shivaya. Al termine di questo, sullo Shivalingam viene applicata una pasta rosso vermiglio. Per ascoltare una versione del mantra, clicca su questo link https://youtu.be/mo1JWaPi-0A

Molti devoti decorano il lingam con fiori, ghirlande e foglie di alcuni alberi, offrendo bastoncini di incenso e frutta (come le giuggiole) e anche foglie di betel.

Ogni aspetto ed ogni elemento della celebrazione ha un significato preciso:

  • Il bagno rituale dello Shivalingam rappresenta la purificazione dell’anima.
  • La pasta color vermiglio, applicata al termine del bagno rituale, rappresenta la virtù.
  • L’offerta di frutta simboleggia la longevità e l’appagamento dei desideri.
  • Bruciare i bastoncini di incenso rappresenta la ricchezza.
  • Accendere una luce simboleggia il raggiungimento della conoscenza.
  • L’offerta delle foglie di betel sta a significare la soddisfazione dei piaceri materiali.

Il mio amico Sunil mi ha raccontato che, nel Kerala, chi non è in grado di rispettare un digiuno stretto, evita almeno di mangiare riso e si limita ad assumere cibi che vengono digeriti facilmente, come succhi, frutta e “pushukke”, cibo fatto con tuberi come la tapioca. Alla fine del digiuno, in questa zona, si mangia una zuppa di riso bollito, con “cherupayar” (un legume),  cocco e peperoncino verde piccante.
Mahadeva ama qualunque cibo che venga offerto con devozione ma abitualmente si offre riso bollito con latte, zucchero e frutta. L’offerta di cibo a Mahadeva si chiama “palpayasam” o “sarkkarappeyasam”.
Le donne indossano sari e gli uomini dhoti di colori luminosi e brillanti come il bianco, il giallo o lo zafferano. Non ci sono gioielli associati a Shiva, solo il mala di rudraska -letteralmente occhi di shiva, associato alle sue lacrime di compassione per il mondo- il seme di una pianta che si chiama Elaeocarpus ganitrus ed è diffusa sull’Himalaya, in Nepal e in varie parti dell’Asia. 
La mattina dopo la veglia, si celebra una pooja per i defunti. Nei grandi templi del Kerala, come Aluva o Vadakkumnathan, le persone siedono in varie file e molte persone celebrano la pooja allo stesso tempo. La cerimonia al tempio dura 15 minuti, se si fa una cerimonia casa con l’aiuto del poojari intorno a due ore, mentre a casa da soli un’ora. Il poojari, esperto nel rituale, intona il primo verso del mantra ed i devoti lo ripetono. Esistono molti mantra dedicati a Shiva. Le offerte sono di fiori, incenso di agarbathies e deepam, che significa fiamma ed è un pezzo di cotone immerso in puro olio di sesamo.

E noi? Dal momento che è  una notte con particolari influssi magnetici, possiamo approfittarne per aggiungere un pizzico di consapevolezza alle nostre pratiche e, magari, concederci una pratica più completa.

Possiamo purificare il nostro corpo con un bagno o una doccia, aggiungendo del sale grosso all’acqua e visualizzando l’acqua che non solo pulisce ma, soprattutto, porta via emozioni e pensieri negativi, atteggiamenti che non ci aiutano a stare bene…

Se ne abbiamo la possibilità, massaggiamo il nostro corpo con un olio base (olio di mandorle dolci, olio di sesamo, olio di cocco) che possiamo aromatizzare con un olio essenziale (magari uno associato al terzo chakra come il limone o il basilico).

Poi indossiamo abiti comodi, di fibre naturali e di un colore luminoso.

Scegliamo asana che coinvolgano il plesso solare o che richiamino le caratteristiche di Shiva.  Leggi tutto “Shivaratri: cos’è, come viene celebrata in India e come creare una ritualità personale”

Tra terra e cielo, risvegliare la colonna attraverso la pratica yoga di Vanda Scaravelli

In questi giorni in cui la vita mi ha chiesto di rallentare, ho riletto il libro “Tra terra e cielo, risvegliare la colonna vertebrale con la pratica yoga” di Vanda Scaravelli.

Un libro prezioso che mi è stato donato da un’amica, Sonia Ridolfini, che ne ha curato la traduzione in italiano. Un libro la cui lettura mi sento assolutamente di consigliare e che puoi facilmente acquistare cliccando qui http://amzn.to/2kiLbM4

Vanda Scaravelli ha incontrato lo yoga dopo i quarant’anni, lo ha appreso direttamente dai Maestri B.K.S. Iyengar e Desikachar insieme al filosofo indiano Krishnamurti e lo ha praticato per tutta la vita, fino a 91 anni. 

“Non esiste età nello yoga. Puoi iniziare a 70, 80 anni, perché, se praticato con l’aiuto della gravità, con l’aiuto del respiro, ricevi e non ti opponi, e non farai mai danni al tuo corpo. Sii pronto a ricevere energia. L’energia aiuta. La respirazione aiuta. L’età non esiste”.

E’  un libro originale, non un semplice manuale di yoga organizzato in uno schema canonico che parte dalle origini, attraversa la filosofia e spiega nei dettagli la pratica. È piuttosto un racconto, in cui l’autrice esplora in maniera riflessiva tanti temi, in apparenza non sempre direttamente collegati fra loro e con lo yoga, ma che dimostra senza ombra di dubbio come la pratica yoga trasformi e arricchisca la nostra vita in ogni suo aspetto.

Lo scopo dichiarato del libro è quello di guidarci verso l’ascolto del nostro corpo, di aiutarci a comprendere come assecondarlo nel movimento che nasce dal punto al centro della schiena a partire dal quale la colonna si muove in direzioni opposte. Infatti, l’autrice definisce come una “rivoluzione” imparare ad allungare e distendere invece di spingere e tirare, abbandonandoci alla forza di gravità e sfruttandola a nostro vantaggio, per eseguire le asana senza sforzo. 

Non si deve praticare lo yoga per controllare il corpo; è il contrario, lo yoga deve portare libertà al corpo, tutta la libertà di cui ha bisogno”.

Le sue riflessioni sulla pratica personale e la sua esperienza nell’insegnamento, la conducono a sviluppare un approccio personale alla pratica dello yoga. Vanda sottolinea l’importanza della respirazione, dell’atteggiamento mentale, della capacità di rilassarsi, della continuità e della perseveranza nella pratica yoga, nonché della capacità di arrivare all’asana con un movimento delicato, che segua le curve del corpo.
Esiste un modo per eseguire le posizioni yoga (asana) senza il minimo sforzo. Il movimento è la canzone del corpo. Si, il corpo ha una sua canzone da cui il movimento della danza sorge spontaneamente. In altre parole, quando le parti inferiori del nostro corpo (fianchi, gambe, ginocchia e piedi) accettano la forza di gravità, permettono alle nostre parti superiori (testa, collo, braccia, spalle e tronco) di liberarsi, dando origine a quella leggerezza di cui la danza è l’espressione ideale. La canzone del corpo, se ascoltiamo con attenzione, è bellezza, potremmo anche dire che è parte della natura. Cantiamo quando siamo felici e il corpo canta con noi come un’onda nel mare”.

Fra i tanti temi affrontati, oltre a quelli “classici” tipo asana, respirazione, rilassamento…, anche l’arte di camminare, la bellezza, il tempo, l’appuntamento con la morte…

Un tema sul quale l’autrice condivide le sue riflessioni e che a me sta particolarmente a cuore, per ovvie ragioni, è quello del l’insegnamento.
Vanda ci ricorda quanto l’insegnare sia un compito nobile e necessario alla civiltà. E anche come l’insegnamento sia un atto d’amore e una responsabilità. Questa responsabilità si manifesta in due direzioni: da una parte, dato che il risveglio energetico provocato dalla pratica può essere molto potente, così come l’insegnante non deve impiegare il proprio “potere” per motivi egoistici, allo stesso modo deve guidare l’allievo affinché non ne faccia un uso sbagliato; da un altro punto di vista, l’insegnante deve esercitare vigilanza e impegno nella vita quotidiana. Inoltre, l’insegnante non deve imporre la propria volontà all’alunno, il suo compito è cercare di risvegliare l’interesse dell’allievo e offrire gli insegnamenti con chiarezza. Compito del discepolo è quello di avere è un atteggiamento ricettivo, aperto, accogliente.
L’arte di insegnare scaturisce dall’osservazione, un atto nel quale l’attenzione viene risvegliata. L’arte dell’insegnare è nella chiarezza mentre l’arte di imparare necessita l’ascolto… Insegnare è un bisogno, è una necessità. Se vediamo qualcuno in una gabbia o in una stanza buia non possiamo far altro che aprire la porta. Vi è un’enorme gioia nell’insegnare agli altri quello che riteniamo giusto”.

Le parole di Vanda su questo argomento vibrano e risuonano nel mio essere e,  alle sue riflessioni, fanno eco le mie.

Ricordo ancora lo sgomento quando, nel gennaio 2000, ho superato l’esame e ricevuto l’attentato di insegnante di yoga.Gli insegnamenti dello yoga sono vasti come l’universo”, pensavo. “Come posso insegnare yoga, rispetto a questa vastità, quello che io conosco ha le dimensioni di una briciola…” , Poi, come succede, la vita mi ha preso per mano per condurmi sul mio cammino, ed una mia amica mi ha chiesto di fare lezione a suo figlio che aveva avuto un problema respiratorio collegato all’ansia, dovuta a un momento difficile. In quel momento ho compreso che non avevo bisogno di conoscere tutto sullo yoga, ma che potevo essere utile a questo ragazzo, condividendo con lui quello che avevo imparato. Ed è andata proprio così, lo yoga lo ha aiutato a ritrovare il suo equilibrio.

Riflettendo su quell’esperienza, mi sono resa conto che gli allievi che si avvicinano allo yoga attraverso di me e partecipano alle mie classi, sono quelli che hanno bisogno di ricevere quello che io posso offrire loro in quel momento. 

Ad insegnare, si impara insegnando.  

E ad insegnare, si impara praticando e vivendo i principi dello yoga nella tua vita. Solo applicando i principi dello yoga nella vita quotidiana, posso essere sincera nell’insegnamento.

L’allievo magari ancora non è in grado di valutare la mia competenza, ma sicuramente è in grado di percepire la mia sincerità.

Non solo la nostra formazione ma soprattutto le nostre esperienze di vita, si trasferiscono nel modo in cui insegniamo. Per questo, nessun insegnante è uguale ad un altro, ed è limitativo definirsi attraverso lo stile (Hatha yoga, Kundalini yoga, Raja yoga, solo per citarne alcuni), e sempre per questo alcuni maestri sentono l’esigenza di definire con un nome nuovo lo stile che insegnano. D’altra parte, lo yoga è sempre stato trasmesso da Maestro a discepolo, in modo personale. Krishnamacharya ha insegnato sia a Desikachar, che era suo figlio, sia a Iyengar. Sono entrambi grandi Maestri, ma il loro stile di insegnamento è molto diverso. Le lezioni di gruppo sono una cosa moderna, risalgono più o meno agli anni ’20.

A distanza di tanti anni, ancora provo un senso di riverenza e di profonda  gratitudine per gli insegnamenti dello yoga, e ancora sento di aver tanto da imparare. Grazie di cuore Sonia, per il tuo dono e per l’affettuosa dedica “a Micaela, maestra sensibile ed accogliente”. Grazie allo yoga che mi ha permesso di esprimere queste qualità e di incontrare te, che le hai sapute apprezzare, e le mie allieve e i miei allievi, compagni di questo viaggio indimenticabile.

Ricorda che puoi acquistare il libro di cui ti ho parlato, accedendo ad Amazon direttamente da questo link http://amzn.to/2kiLbM4

Le foto di Vanda Scaravelli sono tratte dal web; l’altra foto è personale, scattata durante la manifestazione Energie nel Parco, una manifestazione olistica che organizziamo ogni autunno, insieme a Nike Magnoni e Maria Luisa Garabelli.

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