Ritiro di Shakti dance in India

Narmade har amiche ed amici di Vita da Yogi!

Questo è il modo in cui ci si saluta a Maheshar, una cittadina del Madhya Pradesh, nell’India centrale, situata sulle rive del sacro fiume Narmada, dove sono stata per un ritiro di Shakti dance alla fine del gennaio scorso.

In India, i fiumi sacri sono considerati la dimora di una dea, per questo motivo, hanno sempre un nome femminile e vengono salutati ogni giorno all’alba e al tramonto rivolgendosi al fiume, come «madre», «vergine santa» o «deliziosa». 

Tra i fiumi più importanti, Gange, Yamuna, Saraswati e  Narmada. 

In uno dei miei precedenti viaggi in India, ho visitato le sorgenti del Gange, a Gaumuk, su un ghiacciaio, nell’Himalaya. Il Gange viene considerato come una madre che sostiene la fede e che purifica dai peccati. Il pellegrinaggio alle sorgenti del Gange rappresenta l’incontro con la sorgente della vita. Dove noi camminavamo con scarponi e giacche, ho visto andare sadhu coperti dal solo dhoti ed in infradito ed intere famiglie.

La capacità di purificazione dei fiumi sacri, viene così descritta e “classificata” nei Purana – testi sacri dell’induismo, rivolti all’educazione religiosa dei sudra, la casta più bassa, e delle donne, cui era proibito l’ascolto o la lettura dei Veda.

“Perché ottenga la purificazione al devoto è richiesto di compiere un’abluzione completa nel sacro Gange, oppure di pregare per sette giorni lungo le rive dello Yamuna o tre giorni presso il Saraswati”. “Ma la sola vista del Narmada sarà sufficiente a liberarlo da ogni macchia”. 

Perfino il Gange, Ganga Ma, secondo una leggenda, quando  sente il bisogno di purificarsi a causa dei detriti che intorbidano le sue acque durante la stagione monsonica, indossa un sari nero e si bagna nelle acque del Narmada. 

Gli induisti credono che il fiume Narmada sia sgorgato direttamente dal corpo del Dio Shiva, come rivoli di sudore generato dal calore della sua pratica ascetica. 

Il pellegrinaggio pradaksina – il rito di camminare in cerchio in direzione oraria intorno a qualcosa di sacro, procedendo da est verso sud, secondo la direzione percorsa dal sole – conduce i pellegrini lungo una riva del fiume, per poi tornare lungo l’altra riva. Il pellegrinaggio dura tre anni, tre mesi e tredici giorni.

La città di Maheshwar si sviluppa lungo il fiume ed è caratterizzata dalla presenza di ampi Ghat – scalinate che conducono al fiume per le pratiche rituali – del forte, di numerosi templi e del palazzo di Ahilya Bai, una regina che aveva scelto la città come capitale nel 1767. La capitale fu poi spostata a Indore nel 1818. La città viene citata nei poemi epici Ramayana e Mahabharata con il nome di Mahismati.

Il ritiro di Shakti dance a cui ho partecipato aveva come tema “incarnare le tre dee”. 

Chi è interessato a conoscere di più sulla Shakti dance può leggere il mio articolo sul blog a tutto yoga o cercare su YouTube i video di Saravatar.

Nell’induismo, alla trinità “maschile” – Brahma, Vishnu, Shiva – corrisponde una trinità femminile – Saraswati, Lakshmi e Kali che rappresentano le diverse qualità del femminile. Saraswati è la dea della conoscenza e delle arti ed incarna l’archetipo della nascita, della creazione, del nuovo inizio.

Lakshmi invece è la dea della bellezza e dell’abbondanza, ed il suo archetipo è relativo alla pienezza dell’essere, all’espansione, alla fioritura. Kali infine, è associata alla morte, alla conclusione di un ciclo.

Le esperienze proposte durante il ritiro sono state allo stesso tempo rilassanti ed intense. Il ritmo della giornata era sostenuto e si susseguivano fra sadhana, kirtan, lezioni, terapie sonore e indimenticabili pratiche sulla riva del fiume al tramonto.

Abbiamo lavorato per percepire quelle qualità nel nostro corpo e per risvegliare il sacro femminile dentro di noi, guidate da Saravtar e Sangita Lakhanpal, accompagnate dalla musica di Jason Kalidas, sostenute dall’accoglienza di Kapil Shri, di suo fratello Amit e della moglie Mohini e di tutte le persone che hanno lavorato insieme a loro. 

Questo viaggio, dieci giorni in tutto, mi ha fatto sperimentare “l’eternità in un battito di ciglia”. Mi sono sentita così e mi sono domandata il perché… Credo che la risposta sia che, in quella specifica situazione, senza distrazioni, senza nient’altro da fare, nessun altro posto dove andare e con l’intenzione focalizzata, ho potuto davvero essere nel momento presente.

Di ritorno in Italia, sono stata a visitare un santuario di cui mi aveva parlato una mia amica e li ho sentito dire che un vero pellegrinaggio non consiste tanto nell’andata a visitare un santuario e tornare a casa quanto nel permettere a quest’esperienza di trasformarci.

In effetti, questa esperienza, seppur breve, mi ha trasformata, avvicinandomi all’ayurveda, portandomi ad introdurre nella mia vita la routine ayurvedica quotidiana, spingendomi a diventare parte del progetto Aequanime ed aprendo le porte al progetto Yoga e Ayurveda, scelta coerente. Tutti argomenti di cui vi racconterò in altri post.

Rispondi